Sicuramente vi starete chiedendo a cosa serva questo blog. La risposta è semplice:
a nulla!
E' solo un blog, no?
Comunque, c'è venuta l'idea di utilizzare questo spazio per parlare bene o male di quello che per diletto o per sfortuna vi è capitato di vedere, di leggere e perchè no, anche di vivere.
Si dia quindi libero sfogo ad una delle attività che riesce meglio a chiunque:
la critica.
Vi basta soltanto mandare un messaggio privato a grRRiiz o a ninna_r con oggetto AMEMINONSIDICE.
Se vi vedete bene anche nel ruolo di piccoli recensori è meglio.
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a me mi è stato detto
*loading* volte
Più mi addentro nel labirinto del come si scrive un buon libro e più mi accorgo che la formula dell'alchimia dell'ottimo libro è praticamente ignota. A volta c'è un'idea splendida, ma manca il resto, altre un'ottima scrittura, ma senza idee. Il Libro del Drago di Skelton appartiene alla prima categoria. L'idea di base è molto buona: un fantasy/thriller, direi, ambientato ad Oxsford, e in particolare nelle sue antiche biblioteche. Metteteci il legame con Gutenberg e l'invenzione della stampa e una bella sottotrama ambientata a cavallo tra Mainz e Oxford nel 1453 e sarete pronti a leggere il tutto con la migliore disposizione d'animo. All'idea fa seguito una bella ambientazione. Peccato che poi tutto il resto non tenga il passo con l'ottima idea iniziale. Un parte della colpa ce l'ha la scrittura. In sè, avulsa dal contesto e dalla storia, sarebbe ottima, ma il gusto per la metafora ricercara spezza il ritmo della narrazione, sottraendo suspance al tutto. La scrittura fallisce anche nel cercare di rendere l'atmosfera cupa e misteriosa. L'autore sembra agitarsi molto per nulla: tante parole per non riuscire comunque a dare più colore alla storia. Anche la trama risulta un po' confusa, con indovinelli un po' troppo cripitici che solo nelle ultime due o tre pagine vengono frettolosamente disvelati. Debole il tentativo di despitaggio dei sospetti sul cattivo: l'antagonista alla fine pare emergere un po' dal nulla. Insomma, pare che l'autore stia raccontando la storia a se stesso, e il lettore fa un po' fatica a seguirlo nei suoi entusiasmi e nei suoi momenti di tensione. Per tutto il libro c'è questo senso di sfasamento tra le intenzioni dell'autore e le emozioni che effettivamente percepisce il lettore. Il risultato è che alla fine ci si disamora del tutto e si perde interesse.
Comunque, va detto che il mio giudizio ha un forte pregiudizio iniziale. Questo è un libro sui libri e sulla conoscenza, e io già ho il mio personale campione del genere: Il Nome della Rosa. Dopo aver letto come Eco gestisce questa tematica, Skelton passa piuttosto indifferente e fa la figura del pallido tentativo di emulazione. Non so ora se Skelton Eco lo abbia letto e si sia ispirato, ma a me il paragone tra le due opere è venuto spontaneo, e credo che sarà così per chiunque abbia letto entrambi i libri.
Insomma, buona occasione sprecata. In ogni caso, il libro resta piacevole e con una sua originalità di fondo che si lascia assai apprezzare.
Certe cose occorre farle nell'impeto del momento, quando ancora si è emozionati, o la notte, il sonno o quel che vuoi si porta via le parole. Per questo mi metto a recensire Macchine Mortali di Philip Reeve a un miunuto netto da quando l'ho chiuso. E vi dico immediatamente che è bellissimo, che lo consiglio molto, che dovete leggervelo. Me ne sono innamorata più o meno subito, forse già quando la persona che me l'ha regalato me l'ha consigliato. Innanzitutto perchè è uno steampunk. Forse qualcuno non sa cosa sia: è un tipo di ambientazione fantascientifica (ma c'è anche chi la adatta al fantasy) in cui la tecnologia è completamente meccanica, e spesso basato solo sull'uso del vapore. Non chiedetemi perchè, ma è un tipo di ambientazione che mi ha sempre affascinata. L'ho già detto altrove, ma un giorno scriverò uno steampunk. Non so come, ma lo scriverò. Partiamo quindi anche per Macchine Mortali dalla mera ambientazione. Siamo in un remoto futuro post-atomico, il mondo come lo conosciamo si è volatilizzato nella Guerra dei Sessanta Minuti, e adesso la maggior parte delle città si muove su cingoli. Gli agglomerati si spostano in giro per l'immenso deserto che è il mondo alla ricerca di città più piccole da divorare: è il Darwinismo Urbano, per cui le città più grandi mangiano le più piccole. La storia ruota al nostro misconosciuto eroe Tom, Apprendista Storico di Terza Classe, che all'improvviso si ritrova catapultato giù dalla sua Londra semovente, buttato di sotto dal suo mito personale, l'archeologo Valentine. Della storia non vi dico altro. Dell'ambientazione vi dico che è geniale. Sembra di stare in un film di Miyazaki, sembra Nausicaa, sembra Laputa. L'idea delle città semoventi è a dir poco magnifica, tra l'altro incredibilmente pregna di singificati ulteriori. Ma già la potenza in sè dell'immagine è tale da incantare.
Fosse comunque solo per l'ambientazione, come per qualche pagina ho creduto, il tutto sarebbe poca cosa. La grandezza è nella storia e nel modo in cui è raccontata. La scritturasè di una semplicità disarmante. Già sento il coro di quelli che diranno che è troppo semplice. No. Perchè è una scrittua straordinariamente pregna. È una scrittura cui bastano pochi tratti per raggiungere gli scopi voluti. È una scrittura che nei momenti più drammatici, nel suo essere scarna diventa assolutamente intensa, fin quasi ad essere intollerabile. Alla fine non puoi fare a meno di piangere, e piangere per davvero, per il destino di certi personaggi, per certe scene . E poi il senso di tutta questa storia, anche quello Miyazakiano. La tecnologia e l'uso che ne facciamo, l'uomo che distrugge se stesso, la morte degli innocenti, la natura, la città, la vita. Grande. Poco da dire. Grande. Con la capacità per altro di suggerire la sua morale senza volertela sbattere in faccia, ma farla filtrare tra scena e scena, tra parola e parola, con una certa qual delicatezza, veicolata tra l'altro anche da scene di rara crudeltà, che raramente ho trovato in libri per ragazzi. Spira l'orrore per la guerra e la violenza, da questo libro, e spira potente. I "cattivi" sono esseri umani, il loro corpo, il loro sangue è sangue di fratelli. Raramente ho trovato rappresentato tutto ciò con tanta potenza e chiarezza.
Insomma, è un libro bellissimo che mi ha toccata in profondità. Il seguito sarà mio a breve. Mi si dice che sia stato un insuccesso, che qui in Italia abbia venduto poco. È un grosso, davvero un grosso peccato. Merita molto di più.
Se siete mai passati dalle mie parti, forse vi attendete la recensione a Macchine Mortali che avevo promesso. Ciccia, invece. Macchine Mortali è un bel libro che mi pice centellinarmi, per cui ancora non l'ho finito. Durante la giornata, però, mi capitano spesso buchi atti a leggere. Alcuni li riempio con Against Method, libro regalatomi da un amico conosciuto a Monaco, ma è un libro di filosofia, e quindi anche quello preferisco prenderlo a piccole dosi. Per cui, con un esperimento mai tentato, ho letto un terzo libro. Oggi ho riempito il buco tra il pranzo e i Simpson con L'Odore del Tuo Respiro. So che questa recensione mi verrà rinfacciata da chiunque in futuro mi dirà di aver letto il mio libro e averlo odiato, e poi di essersi letti comunque anche gli altri due, che l'hanno ugualmente inorridito, e che quindi ora gli devo quasi cinquanta euro. Ho una scusante: non ho comprato il libro. L'ho semplicemente letto. E ho scoperto che sotto la definizione comune di libro rientrano anche quei racconti che non iniziano e non finiscono, e che non hanno neppure una storia, detto tra noi. Non citatemi il Pasticciaccio, please. che è vero che volutamente non finisce, ma siamo proprio sotto altre coordinate. L'Odore del tuo Respiro, dunque. Non inizia, non finisce, non racconta niente. Ad un certo punto ho trovato la frase: "fingendo di avere un diario ho scritto un romanzo". Ecco, secondo me è il contrario. Panarello pensando di scrivere un romanzo ha tirato fuori un diario. Anzi, ha scritto un blog. I capitoli sono un assommarsi di ricordi, esprienze di vita più o meno borderline, riflessioni varie, in una confusione temporale assoluta. Manca il collante. O meglio, diciamo che da metà libro si inizia a parlare di gelosia, e da lì il tema diventa più o meno quello. Il problema è che si viene da 30 pagine sconnesse che hanno indotto sonno. L'assenza totale di storia poteva più o meno essere sopperita da una capacità di raccontare i personaggi. Ma anche quella manca. C'è la protagonista, solo lei, ma tutto ciò che fa è semplicemente compiacersi della propria sofferenza, che come tutte le turbe adolescenziali, la fa sentire tanto diversa, tanto maledetta e in sintesi tanto figa. Proprio per questo la suddetta sofferenza appare sostanzialmente costruita. Dalle pagine stillasse almeno vero dolore...è solo dolore compiaciuto, e per questo difficile da condividere, o quanto meno da sentire. Il secondo elemento su cui il romanzo punta è la frase ad effetto. Discettando una sera d'estate con l'Orso, lui ebbe a dirmi che a suo parere in Italia la gente è convinta che un bel libro è quello con una bella pagina, ossia con tante metafore forbite, il tutto magari anche a scapito della storia. Ecco, questo libro è la prova che evidentemente l'Orso aveva ragione. L'autrice si spreme per tirare fuori metafore elaborate, una scrittura il più delle volte francamente criptica e via così, in una confusione di piani reali e immaginari, sentire intimo e percezione sensoriale che tende sostanzialmente a dare al lettore l'idea di una "scrittura colta". Personalmenmte non ho trovato le ardite metafore poi molto incisive. Molte mi ricordano le famose "piume sulle scaglie di serpente" di Umberto Eco. Per dire, lei è impigliata nel lenzuolo "come le zanzare nelle lacrime". Cioè? Cosa vuol trasmettere precisamente questa similitudine? Ma poi, c'entrano le zanzare nelle lacrime? Forse solo a casa mia girano zanzare grosse come elicotteri?
Ma la nota positiva c'è. Dura tipo due pagine, ma è stato l'unico momento in cui le mie palpebre a mezz'asta si son sollevate di quei due, tre millimetri. Le descrizioni delle gite fuori porta con la famiglia finalmente perdono quell'aria di costruzione che ha tutto il resto. Via le metafore assurde, via le masturbazioni mentali, per far posto ad un raccontare più immediato e schietto. Oh. Almeno quella parte là è piacevole da leggere. Il resto no. Il resto non riesce a tenere desta l'attenzione del lettore. Melissa sta male, Melissa c'ha un casino in testa assurdo. Va bene, ma a noi? È questo il problema dello scrivere un diario. Per come la vedo io, si legge per capire se stessi. Quindi va bene parlare dei propri casini esistenziali, ma solo se si riesce a dargli una dimensione universale, per cui in quel casino ognuno riesca a riconoscere un pezzo di sè. La vicenda de L'Odore del tuo Respiro non ha universalità, è troppo ripiegata sulla contemplazione estatica del proprio dolore per poter uscire dal guscio e dire qualcosa a qualcuno.
Insomma, si può leggere giusto per curiosità, che è poi il motivo per cui l'ho letto io, ed è breve, quindi si finisce in un'oretta scarsa senza rimorsi. Non credo però che possa dare altro.
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