Sicuramente vi starete chiedendo a cosa serva questo blog. La risposta è semplice:
a nulla!
E' solo un blog, no?
Comunque, c'è venuta l'idea di utilizzare questo spazio per parlare bene o male di quello che per diletto o per sfortuna vi è capitato di vedere, di leggere e perchè no, anche di vivere.
Si dia quindi libero sfogo ad una delle attività che riesce meglio a chiunque:
la critica.
Vi basta soltanto mandare un messaggio privato a grRRiiz o a ninna_r con oggetto AMEMINONSIDICE.
Se vi vedete bene anche nel ruolo di piccoli recensori è meglio.
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I Si tratta di una serie di approfondimenti su alcuni aspetti della Filosofia partendo da riflessioni suscitate dal comportamento di un personaggio del cartone. I Simpson e la filosofia è un libro che avrà fatto scuotere la testa a tanti , in realtà i diciotto saggi sono dei veri e propri esercizi di pensiero,semplici eppure mai banali.
Simpson sono sempre stati considerati come un cartoon geniale, ma nessuno, prima di venti filosofi chiamati a rapporto, ci aveva spiegato il perché. Ora in diciotto saggi raccolti da Irwin, Conard e Skoble e tradotti in Italia per le edizioni ISBN, si prova a rispondere ad alcuni quesiti apparentemente ironici: perché Homer Simpson, con il suo comportamento vizioso, risulta comunque un individuo apprezzabile? (Homer e Aristotele) E perché, di contro, una socratica Lisa Simpson viene recepita come una sonora rompiballe che arriva anche a guardare Grattachecca e Fichetto? (Lisa e l'antintellettualismo americano). Perché Maggie Simpson, un'infante al limite dell'idiozia (o della saggezza orientale), ha sparato al perfido signor Burns? (Maggie: il valore del silenzio tra Oriente e Occidente).
Ventuno brevi saggi su Sartre, Kant, Karl Marx, Virginia Woolf, Roland Barthes e i Simpson. In appendice, una timeline dei principali filosofi della storia associata con una guida cronologica delle 11 stagioni de I Simpson.
Sono le 4 del mattino. Sabato ho un filino esagerato con la boxe, con la Wii, e sono due giorni che ho le spalle strapiene di acido lattico. Per di più mi sento addosso la febbre. E sono a Madrid. Da sola. A 2000 km circa dalle cure di mio marito che in questo momento mi farebbero tanto bene. Ah, domani ho una presentazione.
Se il marito non c'è, la mamma è lontana e la Mondadori non è proprio la stessa cosa, che mi resta? Scrivere, ovviamente. Per cui mi diletto con una recensione che pubblicherò martedì, ossia oggi, per voi che leggete.
Finite le drammatiche premesse, vado.
Qualche sera fa, per la prima volta ho dovuto saltare due pagine di un libro. Io non sono una che si emoziona troppo leggendo. Per dire, non mi sono mai commossa leggendo un libro. Ci sono andata vicina con l'addio tra Ettore e Andromaca nell'Iliade, ma comunque la lacrimuccia non l'ho versata. Eppure, quella sera ha dovuto saltare due pagine del libro che stavo leggendo. perché mi stavo impressionando troppo. C'era una scena, che per ragioni di spoiler eviterò di narrarvi, che mi stava risultando intollerabile: avevo la nausea, e c'erano alte possibilità che vomitassi. Eppure, di cose allucinanti ne ho lette. Tipo l'amputazione della gamba dell'amico di Silvio Pellico ne Le Mie Prigioni. Ma stavolta era troppo. E sapete cosa significa? Che quello che stavo leggendo era un grande, grandissimo libro.
Trattasi de Il Gioco di Gerald, di Stephen King. Un'opera minore, quanto meno non molto nota ai più. La storia è di una semplicità, e al contempo una forza, disarmante.
Jessie e Gerald vanno per qualche giorno in vacanza nella loro casa al lago. Appena arrivati, decidono di fare sesso. Ma Gerald è in quell'età lì in cui si inizia ad avere bisogno di qualche piccolo aiuto, in queste cose, e per questo decide di mettere in scena un innocuo giochino che hanno già fatto altre volte. Lega al letto la moglie con un paio di manette. Ma Jessie non ci sta. Cambia idea. Lo dice al marito, chiedendogli di liberarla. Come parlare al muro. Allora Jessie ha paura, e non ragiona più. Da un potente calcione nelle palle al marito. Lui si fa viola in viso, appena il tempo di mormorare “...cuore...” con voce strozzata, e bam! Cade a terra morto stecchito. Lasciando Jessie ammanettata al letto, of course. Per le successive 300 pagine noi vediamo semplicemente Jessie ammanettata. E basta. Seguiamo i suoi tentativi di salvarsi la vita, ci addentriamo nei suoi pensieri sempre più oscuri, sempre più tortuosi.
Lo ammetterete: ci vuole un genio per divertire con una trama del genere. In cui l'unità di luogo, tempo e azione è perfettamente rispettata, in cui, tutto sommato, non accade nulla. E infatti un sacco di gente dice che il libro è palloso. Io sono rimasta incatenata alla pagina. Prima è il desiderio di vedere come farà Jessie a bere, poi di capire cosa è accaduto durante un'eclisse di molti anni prima, infine di scoprire se e come la nostra si libererà (e la scena che ho dovuto saltare sta qua). La tensione non si placa praticamente mai, e King si addentra nella psiche femminile con una capacità, una profondità, che solo i migliori scrittori hanno. Sembra di sentir parlare una donna.
Critiche da fare ne ho due, di scarso rilievo. La prima è che tra la scena incriminata e le ultime 60 pagine la tensione cala. La storia è tirata un pochino per le lunghe, ma il climax alla fine c'è, e questo riscatta l'abbassamento del ritmo di quelle poche pagine.
Il secondo appunto è il rapporto di Jessie col marito. Non ci viene mai detto che il loro sia un matrimonio infelice, eppure Jessie fin da subito dimostra uno scarsissimo coinvolgimento per la morte di Gerald. Ok, è incatenata ad un letto in una zona dimenticata da dio e dagli uomini, con altissime probabilità di fare una morte orrenda, ma se muore l'uomo con cui hai convissuto una decina d'anni forse un po' di partecipazione la provi. O se non la provi, forse è il caso che lo scrittore spieghi chiaramente il perché, e francamente l'eclisse non fornisce tutto sommato un valido motivo.
Tutto qua. Sono le 4.22, ancora non ho sonno e mi sento ancora la febbre. Però 22 minuti sono passati. Buonanotte, gente.
Si può paragonare "Zodiac" agli altri film del regista (vedi Se7en, Fight Club, The Game…) solo dal punto di vista della regia, e in ogni confronto l'ultima opera di David Fincher si dimostra all'altezza delle precedenti. Le scene sono sempre ben girate, viene mostrato allo spettatore tutto quello che egli deve vedere, non un dettaglio di più né uno in meno, niente sovraccarichi né mancanze.
Il film è lunghissimo, a volte non se ne vede la fine ma, nonostante ciò, non ci sono veri momenti di stanca, la narrazione è lineare ed il ritmo è godibile sia quando rallenta, che quando accelera (vedi l'incontro tra il vignettista fattosi investigatore e l'operatore del cinematografo che si svolge a casa di quest'ultimo °.°).
Il cast è all'altezza del ruolo, particolarmente apprezzabile la performance di Robert Sowney Jr. che regala al film anche qualche nota di colore.
Molto ben girate erano, infine, le scene degli omicidi, violente, terrorizzanti, e assolutamente NON splatter.
Il film è una sorta di reportage poliziesco, ispirato alla storia vera del serial killer Zodiac, che nel 1969 scuote con i suoi omicidi senza senso la città di San Francisco e tutta l'America.
"Zodiac" è consigliato, quindi, a tutti quelli che amano il genere, ma anche, soprattutto, a quelli cui piacciono i bei film.

Nazione: U.S.A.
Anno: 2007
Genere: Drammatico, Thriller
Durata: 158'
Regia: David Fincher
Cast: Robert Downey Jr., Anthony Edwards, Jake Gyllenhaal, Pell James, Patrick Scott Lewis, Lee Norris, Bijou Phillips, Peter Quartaroli, Mark Ruffalo
Produzione: Warner Bros. Pictures, Paramount Pictures, Phoenix Pictures
Distribuzione: Warner Bros.
Leggi un libro di poesie e ti lasci suggestionare. Lo posi sul comodino, proprio come faresti Leggi: Spicca senza dubbio il coraggio di un fiore solitario Che spinge i suoi petali nel cemento Anche se solo per essere calpestato nella polvere Di cosa vale la pena parlare Se la ricerca è morte? Il significato diventa Privo di significato? Raccogliendo la voce Per eseguire la volontà dell’anima Per esplorare le distese remote della mia meraviglia Io scelgo di parlare È così semplice Che è facile non accorgersi Che la vita è poesia Poesia e nient’altro? E’ Billi Corgan che scrive. Billy Corgan ha sempre dato sfogo alla sua vena poetica all'interno delle canzoni che scriveva,abbinandogli qualcosa di più che semplici "testi", lasciando viaggiare la sua mente senza inibizioni, mostrandoci i suoi dubbi, le sue frustrazioni e il dolore di una generazione. Il 1° Ottobre 2004 la casa editrice Faber&Faber pubblica Blinking With Fists, una raccolta di poesie che segna l'esordio letterario di Corgan. Dal 30 settembre 2005 il libro è stato edito anche con traduzione italiana a cura di Clara Nubile per conto di Arcana Libri col nome Pugni e battiti di ciglia. Rileggo la poesia e ripenso a un libricino ricevuto a casa qualche mese fa :Alone Like Dog di Domenico Casentino. J.T. Leroy di Corgan parla così: “ Quando si alza il primo vento di guerra, Corgan è sull'attenti, come uno che ha il linguaggio della battaglia nel sangue. I suoi palmi sono ben serrati, ma la sua anima assorbe tutto ciò che i pugni non riescono a deviare. Mai semplice spettatore, Corgan trasforma il suo mondo in una palpabile bellezza lirica piena di quel malessere di chi non sa voltare lo sguardo altrove, permettendo a noi di spingerci più vicino possibile, prima che gli occhi si chiudano ” Mi permetto di riutilizzare queste parole riferendomi al giovane poeta Domenico Cosentino, certa che Corgan non ne avrà male.
con una persona stanca,in modo gentile. Di notti sogni mari profondi e cavallucci marini, senti il sale sulle labbra e ti svegli. Cerchi l’acqua naturale sul comodino, ma al suo posto trovi un foglio piegato come un origami.
TRAMA Lex è il cantante di una giovane rock band Bolognese in cerca di fortuna. Vive con Sara, una ragazza dolcissima, incantevole e tormentata che si preoccupa per lui e che lo riempie di attenzioni. Ma l’animo di Lex è inquieto; fantasmi del passato gli impediscono di vivere il presente in modo pieno e autentico, inducendolo a rifugiarsi dietro evasioni indotte dalla marijuana. Quando conosce Asia, un giovane medico dal viso irregolare e dagli occhi neri come l’onice, Lex si sente pervaso da un’energia nuova e da una positività che lo spaventa e lo scuote. I testi delle sue canzoni suscitano l’interesse dei produttori discografici, la sua band accarezza il successo e Lex si sente pronto a superare il passato… ma il passato non va accantonato, bensì affrontato. Una storia di rock e poesie, di sessualità distorte e di amore. Di vite sospese fra l’estasi e l’abisso. L'AUTORE
Mille copie in venti giorni.
Simone Salomoni ha 26 anni e vive a Mondighoro. Questo è il suo primo romanzo edito da Giraldi Editore.
Petropolis di Anya Ulinch
Siberia, 1992. Sasa Goldberg ha quattordici anni e vive ad Asbestos 2, una città fantasma, sorta fra un gulag e una miniera. Sasa è un'emarginata in un paese emarginato. Mulatta ed ebrea, vive all'ombra di una madre oppressiva e tirannica. Abbandonata dal padre, fuggito negli Stati Uniti, Sasa non ama la danza come invece vorrebbe la madre, che riversa su di lei gli unici sogni che le siano rimasti. La sua passione è il disegno, forse perché disegnare il viso di suo padre è l'unico modo che le è rimasto per ricordarlo. Quando si innamora di Aleksej la sua vita arriva a una svolta. Rimane incinta e partorisce una bambina. Ancora una volta è la madre a decidere del suo futuro: alleverà la piccola come se fosse sua e Sasa dovrà trasferirsi a Mosca, per frequentare una scuola di pittura. La ragazza obbedisce, ma, giunta nella capitale, si ribella e parte alla ricerca del padre. Grazie a un'agenzia di cuori solitari, raggiunge gli Stati Uniti. Qui la aspetta un lungo viaggio che la porterà a scoprire le luci ma soprattutto le ombre del sogno americano. Dagli spazi aridi e sconfinati dell'Arizona alle strade caotiche di New York, Sasa imparerà a distinguere voci sconosciute, scoprirà che dietro la facciata di case immacolate si nascondono pericoli e insidie, incontrerà falsi benefattori, ma conoscerà anche qualcuno che, nella sua diversità, si rivelerà molto simile a lei. Un romanzo di formazione, ironico e commovente, con una protagonista indimenticabile.
Titolo: Io sono un Gatto Autore: Natsume Souseki Casa editrice: Neri Pozza Prezzo: 18,00 E C'è un motivo fondamentale per cui "Waghai wa Neko de Aru" è considerato il pilastro fondamentale della letteratura giapponese moderna: è stato il PRIMO romanzo redatto in stile occidentale, lontano quindi dagli stereotipi dei poemi epici come il "Genji Monogatari" o le ancestrali raccolte di poesie, "Kojiki", "Tosanikki" e così via. Pubblicato nel 1905, deve la sua importanza ad una serie infinita di motivi, primo fra tutti, lo Stile. Diretto, secco, ironico; filosfico e riflessivo quando il gatto senza nome prende spunto dalla famiglia ospitante per giudicare e analizzare l'universale condizione umana; arido e asciutto quando Senza Nome si trova a criticare l'influenza occidentale sul mondo giapponese, indelebilmente macchiato dall'arrivismo e dall'egoismo propiro degli "invasori", gli "estranei". Non che l'egoismo nasca con l'Europa, ma sicuramente ne rafforza le radici. Non c'è purezza d'animo senza ottusità (il prof. Kushami ne è un ottimo esempio) oppure c'è scaltrezza senza un briciolo d'altruismo. Non esite più una via di mezzo. Il Giappone tradizionale sta morendo e dalle sue ceneri ne sta sorgendo uno più nuovo, più potente: quello Capitalista. Eppure, per un paese così abituato ai continui mutamenti, instabile di natura e cresciuto nella guerra, il 1900 lascerà una cicatrice mai più rimarginabile. Da una parte l'uomo che disprezza la modernità, e quindi i soldi, la ricchezza e l'ipocrisia borghese; dall'altra il giapponse occidentale, che valuta quanto la cultura sia infreirore al dio denaro in un mondo in continua corsa verso il potere e il primo posto in tutto. Non c'è un plot specifico al quale il lettore possa effettivamente appoggiarsi, ma si sta parlando di due figure contrapposte: il Prof. Kushami, appartenente alla prima categoria di uomini e il Signor Kaneda, viscido e vile personaggio borghese, ricco ma abbietto e inutile. Non che il Prof. Kushami, il padrone di Senza Nome, sia diverso o migliore! Eppure gode della stima del saggio gatto in quanto DISTACCATO completamente dal progresso e dalla tecnologia, restando ancorato a cose più umane e di facile comprensione. Essi rispecchiano le opposte coscenze dell'umanità così come appare alle soglie del nuovo secolo e dinnanzi gli occhi di un gatto che nonostante tutto usa parametri di giudizio molto più simili a quelli di un uomo che si riflette in uno specchio e analizza coscenziosamente quali saranno le conseguenze delle proprie azioni. Ogni personaggio del cosmo felino e della famiglio ospitante rappresentano simboli diversi di questa disgregata società: il nero gatto del Vetturino, l'esperienza della vita; l'amico Meitei, palesemente bugiardo e scansafatiche rappresenta la scappatoria dinnanzi la lotta che la vita ci pone davanti; La moglie del Professore l'ignoranza mai colmata; i Signori Kaneda rappresentano l'occidente in tutto e per tutto; insomma, numerosi tasselli di un mosaico giapponese fondamentale da studiare e da apprezzare. Un po' calante il ritmo verso i tre quarti del romanzo. Ottimo invece l'incipit e la presentazione di questo magnifico narratore felino! Sappiatelo ascoltare....
Titolo: La ragazza di Bube Autore: Carlo Cassola Casa Editrice: Rizzoli Collana: Bur, i grandi romanzi (io ho letto una vecchissima edizione einaudi) Prezzo: 7,00 E Ci sono degli ingredienti particolari, quasi fossero rarissime spezie indiane, nella narrativa italiana del dopoguerra. E la "ragazza di Bube" ne è pieno, saporitissimo! C'è della sincerità e della spontaneità in questa vicenda umana che anche solo la lettura in se, senza particolari aspettative, ti lascia il cuore imbevuto di speranza. E di amore. Ma per cosa? Domanda legittima visto il finale o anche solo la condizione di distanza perenne dei due protagonisti. Lui, partiguano e ricercato dalla polizia fascista per l'omicidio di un carabiniere si innamora della sorella del suo fedele compagno Sante. Non serve sapere nulla di più, ne perchè, ne dove, ne come, ne quando. Ci penserà la storia a svelare i retroscena. Quel che più è importante da focalizzare consiste nella prosa di Cassola, colma di dialoghi stupendamente semplici, diretti, veri, profondi. C'è la VITA dietro. C'è VITA a Monteguidi dove la giovane e civettuola Mara scopre l'amore, non immediato, per Bube; e Mara cambia. Si ha un quadro della sua maturazione psicologico stupendo, e l'abilità di Cassola sta proprio nel renderlo così spontaneo tanto da confondere una lettrice come me anche a 40 anni di distanza (il romanzo è del 1960). Perchè confonde?... E' attuale, applicabile ad una qualsisi situazione moderna! Parla di come l'amore riesca a cambiare le persone in individui migliori, anche se la Storia non presenta un quadro di vita particolarmente felice (da notare come nel romanzo siano poche le date specifiche; si evince comunque tramite i dialoghi e le narrazioni che la vicenda si svolge nel 44-45). E quest'amore dona la Speranza di poter credere in un futuro migliore. E proprio questo barlume parla attraverso due giovani che sono il seme di ciò che nascerà, soprattutto nell'eroica scelta finale di Mara ( per chi abbia letto il libro sarà facila capire quale...) nel voler stare vicino a Bube fino alla fine, sacrificando 14 anni in nome della Speranza (chiave del libro) che ha spinto il mondo a ricominciare da zero. Il tutto in sole 281 pagine. Ps: non è che passereste a commentare anche sul mio blog? Ultimamente è un po' povero di commenti T_T Grazie
Quando tutta l'azione di un film d'azione è contenuta nel trailer, qualcosa non va: il senso di aspettativa che si viene a creare - "se fan vedere questo nel trailer chissà cosa succede nel resto del film!" - rimane insoddisfatto, e la sensazione non è piacevole. Spiderman 3 aveva tutte le premesse per essere un film grandioso ma, purtroppo, Sam Raimi non è riuscito a ricreare la formula magica che aveva reso i primi due film tra i migliori del genere supereroistico (diciamo recente, ché i Batman di Tim Burton sono insuperabili).
Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, ci viene ricordato da una pubblicità pre-film, ma qui più che altro ci sono grandi menate più o meno psicologiche e pochi effetti speciali (a onor del vero, pochi ma buoni). Pensavo di vedere Spidey svolazzare tra i grattacieli, invece gira in motorino (col casco!) e pure quando è "posseduto" la cosa più cattiva che fa è mettere le mani addosso a Mary Jane (fica rotta [cit.])... per sbaglio!
Ma procediamo con ordine. Il film inizia abbastanza lentamente, ma dopo qualche tentennamento (mezz'ora?) un po' d'azione: il ritorno del Goblin, questa volta nei panni di Harry Osborn: un bello scontro volante, con botto finale (e successiva crisi di panico di Peter, ma tant'è...), molto gustoso. Quindi... il nulla per un'ora e passa (eccezion fatta per la nascita di Sandman, di cui parlerò dopo). In questo nulla i tentativi di Sam Raimi di dare spessore a personaggi inesistenti - sia Kirsten Dunst che James Franco sono al loro peggio - e la premiazione di Spidey come eroe di New York. Piccola parentesi con l'Uomo Sabbia massiccio e incazzato (solo a me ricorda Schwarzenegger?) e di nuovo il nulla. Infine, 20 minuti di azione con Parker cattivo contro Harry, la catarsi di Spidey, lo scontro finale. Che non è però il finale del film, perché ci sono regalati altri 10 minuti di noia (evito spoiler).
I temi trattati sono i soliti della serie: la responsabilità, il perdono, Mary Jane che torna tra le braccia di Harry, la zia che dovrebbe essere rincoglionita ed è invece il personaggio più credibile... la novità, costituita dalla creatura aliena che prende possesso di Parker, non riempie il vuoto di trama: Tobey Maguire risulta fastidioso, senza maschera, e il comportamento idiota (mi sfugge ancora l'associazione aggressività/idiozia) che assume fa venire l'orticaria. Riesce nell'intento di divertire, però :P Rimane purtroppo inespressa la potenzialità del personaggio (Peter Skywalker, aka Anakin Parker): riesce a fare solo una cosa cattiva, poi ha subito una crisi e addio bestia cattiva.
Ma basta parlare male del film, che qualcosa di buono ce l'ha.
Innanzitutto, le scene di combattimento sono esaltanti, se pur in alcuni casi vertiginose: Goblin sul suo skateboard volante è sensazionale, e Spidey è sempre Spidey. Purtroppo Venom itself dura poco, perché avrebbe potuto dare molto di più!
Quindi, la genesi di Sandman: quoto in toto quanto scritto da Licia, sebbene secondo me la scena non valga il film intero. E' una scena di forte impatto, l'unica di tutto il film: effetti speciali a go-go, ma l'idea alle spalle è ben costruita.
Infine, la scena del ristorante francese, con un simpaticissimo maître già visto nei precedenti episodi in altri ruoli (l'annunciatore del wrestling nel primo, maschera a teatro nel secondo): scena che, nella sua presunta drammaticità, risulta solo comica (sigh).
Ehm... non mi viene in mente nient'altro di bello :P
Però, devo ancora dire una cosa: se Bryce Dallas Howard recita sempre così è l'attrice più sopravvalutata di Hollywood, in questo momento! :)
Concludo, che se no mi dilungo come il film: vista l'alternativa, era quasi meglio la partita del Milan...
Ieri sera sono andata a vedere Spiderman 3, e stamane ho letto la recensione che ne fa Fantasy Magazine. Un po' troppo dura, per quel che mi riguarda, ma devo arrendermi. Già l'ho fatto ieri sera davanti alle critiche motivate e circostanziate di Giuliano: Spiderman ha un sacco di problemi. Troppa carne al fuoco, tre nemici che probabilmente messi assieme non ne fanno uno degno di questo nome, una durata francamente improponibile nonostante la molteplicità di temi e non ultimo svariati buchi di sceneggiatura. Ma a me è piaciuto. È una cosa di pancia oltre la quale non posso andare. Dopo qualche minuto di noia nella prima parte, ci sono entrata dentro senza difficoltà, divertendomi fino alla fine.
Sì, l'Uomo Sabbia è una promessa non mantenuta. Stanti le premesse, doveva essere sviluppato più approfonditamente. Sì, Venom è una mezza delusione: non me lo puoi far comparire a mezz'ora dalla fine e farmelo alleare senza ragioni apparenti all'Uomo Sabbia (perchè l'Uomo Sabbia accetta l'alleanza, se poi alla fine si capisce che di far secco Spiderman gliene fregava assai poco?). Goblin 2 la Vendetta è il migliore dei tre, probabilmente, ma il suo piano diabolico per far le penne a Peter è imbarazzante, così come lo è il maggiordomo deus ex machina che gli spiega che Peter non può aver ucciso suo padre (perchè? sì, ok, la ferita era stata provocata dalle lame del suo skateboard, o come vogliamo chiamarlo, ma questo non prova che Goblin s'è ucciso, se uno mi dà una mazzata in capa con un soprammobile di casa mia mica vuol dire che mi sono suicidata...). E forse sì, troppi effetti speciali, troppo casino, e la scena di Peter che fa pietosamente il coatto è imbarazzante e lunga oltre ogni capacità di umana sopportazione.
Però c'è altro, oltre a questo. Non a sufficienza per tappare i buchi, ma bastevole per farmi amare questo film. New York, innanzitutto, e il microcosmo proletario di Peter, la sua stanza ammuffita, la vicina di casa innamorata di lui, il direttore del suo giornale, o semplicemente la città, perfettamente immortalata dal tramonto all'alba, tra grattacieli svettanti come pinnacoli di un'immensa cattedrale e folle che hanno sempre qualcosa di umano. C'è Peter, che, vuoi quel che vuoi, rimane un personaggio, più che la solita figurina bidimensionale (avoja Singer a cercare di dare un'anima a Superman, è un'impresa senza speranza...o cercare di dare spessore ai Fantastici Quattro, i più evanescenti dei supereroi cinematografici degli ultimi anni). Mi interessa sapere come va tra Peter e Mary Jane, mi interessa vedere come Peter farà i conti col suo lato oscuro, mi interessa sentire cosa si dicono lui e sua zia. E tutto questo non è sfondo, non è riempimento tra un mirabolante combattimento e l'altro: è sostanza che dà vita al film, la cosa che veramente si salva nel caos immancabile da film d'azione. In questo la pellicola non fallisce. Mentre Peter Parker resta sempre e comunque, anche negli episodi meno riusciti, una buona metafora di certe condizoni esistenziali che ciascuno di noi attraversa, lo stesso non può dirsi di tanti altri film dello stesso genere. Non riesco a prescindere da questo nel mio giudizio. Che poi un film piaccia per motivi sconosciuti, che spesso trascendono anche la logica e il buon senso, è vero.
Infine, una scena che vale il biglietto: il risveglio dell'Uomo Sabbia. Lasciamo perdere le consuete cazzate fantascienticìfiche (perchè dei fisici dovrebbero frullare la sabbia?). Guardate con attenzione il suo dolente risveglio: c'è tutto il personaggio, in quel minuto scarso. E io non riesco a disprezzare un film che mi ha regalato quel minuto.
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