a me mi non si dice ma però


Cosa facciamo qui?

Sicuramente vi starete chiedendo a cosa serva questo blog. La risposta è semplice:
a nulla!
E' solo un blog, no?
Comunque, c'è venuta l'idea di utilizzare questo spazio per parlare bene o male di quello che per diletto o per sfortuna vi è capitato di vedere, di leggere e perchè no, anche di vivere.
Si dia quindi libero sfogo ad una delle attività che riesce meglio a chiunque:
la critica.

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giovedì, 28 giugno 2007
Half Life 2

E' strano come certa gente continui oggigiorno a pensare che i videogiochi non siano arte e si ostini a paragonarli a sciocchi ed infantili passatempi...  Il mercato videoludico, uscito da tempo dalla nicchia in cui era nato, fatta di nerd e programmatori in erba, è ormai per fatturato, spessore e seguito alla pari di arti visive quali il cinema. Lo scopo della mia recensione è, per chi non fosse ancora convinto, illustrarne le qualità con un gioco che tutti, appassionati e non, dovrebbero provare. Half Life 2.

Half Life esordì sul mercato nel lontano 1998, travolgendo stampa specializzata e giocatori con una qualità tale da renderlo un capolavoro assoluto, e di catapultare la Valve, la casa di sviluppo, nell’olimpo del mondo videoludico. Niente infatti, all'epoca, era paragonabile per coinvolgimento, trama ed intelligenza artificiale al suddetto gioco, uno sparatutto in prima persona finalmente in grado di rivaleggiare con il cinema ed appassionare come non mai.
Un finale aperto e un pò sottotono rispetto al resto dell'avventura lasciava presagire un seguito quanto mai scontato.
Nonostante uno sviluppo tenuto per gran parte del tempo segreto ed una genesi decisamente travagliata alimentata da filmati , speculazioni ed immagini spiazzanti, e dopo ben sei lunghi anni di attesa e fantasie, il seguito del gioco dell'anno 1998 arrivò nel 2004, carico di promesse ed aspettative. Premettendo che questa recensione è stata scritta a ben tre anni dalla sua uscita, Half Life 2 continua a mantenere una qualità eccellente rispetto alle nuove leve degli sparatutto, difendendosi più che bene. Dopo averlo provato, niente vi sembrerà più lo stesso. Ma andiamo con ordine.

La trama è l'ovvio proseguimento dell'episodio precedente e vede il Dottor Freeman, dopo essere scampato ai terribili incidenti di Black Mesa, richiamato nuovamente dall'enigmatico "uomo con la valigetta", figura chiave di entrambi i giochi e al centro di una nuova avventura. La terra, infatti, è soggiogata dalla tirannia dei misteriosi Combine, che grazie al Dottor Wallace Breen, ora unico amministratore della terra, sono riusciti a schiavizzare l'umanità.
C'è da dire che l'atmosfera iniziale è assolutamente credibile e ben costruita. Tramite splendide scelte di regia, il tutto inizia con il protagonista all'interno di un sudicio treno diretto a City 17, dove si svolgono gran parte delle vicende. Visi tristi e sommessi e telecamere volanti in costante monitoraggio vi accoglieranno all'arrivo in stazione. La sensazione di opprimenza è tangibile, si ha davvero l'impressione che di umano sia rimasto ben poco in questo angusto mondo che ci accingiamo a salvare. Guardie ostili e violente controllano tutto mentre slogan di propaganda vengono diffusi in ogni dove da monitor ed altoparlanti, e plotoni di esecuzione si mettono in movimento come perfette macchine di sterminio. I primi minuti di gioco scorrono via veloci, in religioso silenzio, sia per la sbalorditiva realizzazione tecnica, sia per l'estrema cura con cui tutto è narrato, mentre la minaccia aliena  diventa sempre più tangibile e cresce la voglia di ribellarsi a questa egemonia. Un comodo e mai invasivo tutorial aiuta il giocatore inesperto a prendere confidenza con il sistema di controllo e a conoscere la prima e più importante novità del gioco: la fisica, gestita dal motore proprietario Source.

Ciò che spiazza in questo eccezionale seguito è infatti il realismo del mondo di gioco. Tutto ciò che si vede su schermo, qualsiasi oggetto, obbedisce alle leggi di gravità, attrito e galleggiamento, regalando una giocabilità unica ed eccezionale. Nonostante, come ogni sparatutto, si abbia a disposizione un discreto volume di fuoco garantito da armi ben bilanciate, sorprende e diverte la possibilità di poter utilizzare contro i nemici oggetti non convenzionali. Andando avanti acquisiremo la "gravity gun", un potente strumento che ci permette di manipolare a nostro uso, vantaggio e consumo gli oggetti presenti nei livelli. Potremo usare praticamente ogni cosa. Tavoli, sedie, barili infiammabili possono diventare letali proiettili contro i nemici in mancanza di munizioni, così come utili difese e ostacoli contro il fuoco ostile. Ogni enigma possiede più soluzioni e premia la creatività del giocatore, che una volta appresa la nuova meccanica di gioco non ne riesce più a fare a meno. L’esperienza è arricchita dalla presenza di veicoli come l’hovercraft e la buggy che si comportano in modo realistico e rispondono in modo verosimile all’ambiente, oltre a rappresentare una cospicua parte del gameplay e non semplice contorno.

L’intelligenza artificiale dei nemici è la stessa, eccellente del prequel, arricchita con nuovi algoritmi che permettono ai combine e agli alieni di organizzarsi in squadre, sfruttare l’ambiente ed anche coglierci di sorpresa. Tutto questo, unito alla grafica ed alla fisica strepitosa, contribuisce ancor di più a rendere Hl2 coinvolgente come non mai.
Il design dei livelli è ottimo, così come la varietà. Gordon Freeman attraverserà canali, fabbriche abbandonate, spiagge, autostrade e chi più ne ha più ne metta, tutti livelli enormi e creati per esaltare il sorprendente motore fisico.
La grafica è quanto di meglio si possa avere da un hardware di ultima generazione. Niente è lasciato al caso. Textures definitissime, cura maniacale per i dettagli, uso eccellente degli shaders, Hl2 è un inno alla perfezione grafica. Le animazioni in generale sono ottime, così come le espressioni facciali, che riescono ad esprimere reali emozioni sui volti dei protagonisti. Riflessi, riverbi, effetti particellari, la resa dell’acqua, del fuoco, delle trasparenze e dei materiali, tutto è curato fino allo spasimo, rendendo veramente l’idea di un mondo vivo e pulsante. Per girare al massimo livello di dettaglio non è più necessario un pc potente come quando il gioco fu immesso sul mercato. Una macchina discreta è perfettamente in grado di mostrare un livello di dettaglio ed una fluidità accettabile, purché si scenda a compromessi con la risoluzione, gli effetti degli shaders e l’antialiasing.
Il sonoro è altrettanto curato, con musiche interattive e sempre azzeccate ed effetti molto ben fatti. Una nota negativa in questo caso va al doppiaggio, eccellente per la versione inglese, vergognoso per quella italiana. Gli attori sono inverosimili, con strane ed innaturali inflessioni.che ricordano il rumeno. Sembra proprio che i doppiatori non siano di madrelingua italiana, e questo stona con un’atmosfera che per il resto è strepitosa. Il mio consiglio è quello di godersi il gioco in inglese, magari con i sottotitoli per meglio comprendere.
La longevità è nella media. 20 ore sono più che sufficienti per portare a termine l’avventura, anche se si può arrivare al fatidico e altrettanto aperto finale in meno tempo. Dipende anche dalla bravura del giocatore e dal livello di difficoltà scelto.

Parlando di difetti, a parte il doppiaggio italiano scandaloso, i caricamenti multipli tra un livello e l’altro possono spezzare un po’ il ritmo di gioco, che di solito è costante e non ha cadute di tono. Il finale è un po’ deludente ed inconcludente, anche se è questione di gusti.

Il fatto che ormai siano passati tre anni dalla sua uscita non rende, come ho già anticipato in precedenza, Hl2 meno impressionante, anche se il suo mito è leggermente ridimensionato dall’uscita di giochi più che validi come F.E.A.R, Prey e l'imminente Bioshock, altrettanto incredibili in termini di grafica, intelligenza artificiale e trama.
Scontato il rimando ad un terzo episodio, benvenuto se è a questi eccezionali livelli.  Spero vivamente arrivi in tempi umani, e mi riferisco ad un vero e proprio Half Life 3, non alle espansioni uscite da poco tempo.

Concludendo, ciò che rende Hl2 diverso da qualsiasi altro sparatutto in terza persona è, a mio avviso, la capacità di saper emozionare con una trama da film ed immedesimare il giocatore nel ruolo di protagonista, immergerlo in un mondo in difficoltà, senza un futuro certo che invoca disperatamente il suo aiuto (da notare il significato del nome stesso del protagonista in inglese). E se Half Life 2 è in grado di darci quest’illusione e renderci eroi, anche per un solo, breve momento, e farci sorridere e dimenticare una giornata iniziata con il piede sbagliato al pari di un buon libro o un film, si, credo che il videogioco sia arte.

* a me mi è stato detto da StefanoRomagna alle 12:00 *
* amemi link * commenti (4) * videogames *

domenica, 24 giugno 2007
L' Amuleto di Samarcanda

L' inizio è folgorante, facciamo subito la conoscenza dei due protagonisti e che protagonisti: un jinn e il ragazzino che lo ha evocato. Già dal primo capitolo capisco che ho tra le mani un gran libro, di quelli ormai rari e c'è di più: è un libro fantasy. E' da tempo che non rimanevo così colpito fin dalle prime pagine, ci son libri che fan davvero mancare il fiato quando si iniziano. Bartimeus, il jinn, e Nathaniel, l'evocatore, si presentano subito nella loro eccezionalità e in poche pagine vengono scolpiti a tutto tondo. Il jinn è disincantato, ironico, intelligente, esattamente come dev'essere un demone millenario sopravvissuto a potenti padroni e titaniche imprese. Il ragazzino è spaurito, inesperto ma dotato di grande determinazione e controllo. Detto così non è ancora qualcosa degno di nota, ho letto almeno una decina di fantasy in cui ragazzi evocano demoni, cito ad es. "Il signore delle  magie" (di L. Hardy da non confondere col libro di Feist ;)  ). Qui però c'è qualcosa di singolare, mi accorgo che il demone è, a suo modo, dotato di un animo sensibile e financo compassionevole ( "Che gusto c'è a far venire un colpo ad un bambino pelle ed ossa ?") Nel piccolo mago scorre invece una vena di crudeltà e superbia, evoca il jinn per vendicarsi e lo congeda con la minaccia della sofferenza.
Si invertono così ruoli ormai consolidati e la maestria dell'autore nel dare spessore psicologico ai suoi personaggi ci consegna una coppia indimenticabile. Ma le sorprese non sono ancora finite, la storia si snoda alternativamente raccontata in prima persona da Bartimeus, con grande ironia e verve, e in terza persona, con linguaggio più cupo, seguendo le vicende di Nathaniel.
Il racconto del jinn si arricchisce ulteriormente di esilaranti note a piè di pagina in cui Bartimeus chiarisce a noi umani alcuni punti del suo discorso.
Proseguo la lettura e mi immergo nell' universo creato da Stroud, siamo in una Londra governata dai maghi, quasi un impero del male. La gente comune viene sfruttata da una casta di evocatori che non hanno nulla di nobile, non son nemmeno dotati di particolari poteri ma possono dominare gli abitanti dell'altro mondo e costringerli a soddisfare i loro voleri. I maghi sono fin dalla loro infanzia cresciuti come apprendisti da esigenti e crudeli maestri, allontanati dalle famiglie conoscono solo la falsità e il desiderio di sopraffare il prossimo.
L' autore crea una moltitudine di personaggi minori  e li caratterizza tutti in maniera precisa, nulla è abbozzato o sfumato, persino il folletto più insignificante tradisce una sua ben precisa personalità.
La trama è apparentemente semplice, Bartimeus deve rubare un amuleto al perfido e potente Simon Lovelace, in tal modo Nathaniel potrà vendicarsi di un' umiliazione subita.
Al primo incontro  Lovelace ci appare un malvagio a tutto tondo ma senza essere dotato di alcuna "grandezza", si intuisce subito che sarà sconfitto e qualche dubbio sorge solo conoscendo i suoi due potenti servitori.
Non voglio però essere troppo spoileroso, mi limito solo a dire che farà una fugace apparizione anche una ragazzina che diventerà terzo protagonista nel secondo romanzo.
La scrittura di Stroud è facile e piacevole, altra nota di merito a mio avviso, infatti non ho mai capito perchè un capolavoro debba essere scritto in modo oscuro ed involuto.
Tuttavia il libro propone diversi livelli di lettura ed è lo stesso autore a spiegarcelo  quando fa dire a Bartimeus: "Mettiamola così: io potrei leggere un libro con quattro storie differenti stampate l'una sull'altra, e registrarle tutte con un solo passaggio degli occhi. Per voi invece sono costretto a ricorrere alle note a piè di pagina.".
Possiamo dunque considerare il libro come una divertente lettura per ragazzi, oppure farci coinvolgere dall' ironia dissacrante e dall'audacia  di Bartimeus e riflettere sulla tristezza di una vita sicura ma noiosa, oppure vedere come il potere corrompe chi lo usa per fini personali, oppure scorgere che una dittatura si fonda e sorregge illudendo le masse e reprimendo i pochi che ne mettono in dubbio la necessità, oppure.............
Beh, a questo punto concludo, per ora, consigliando vivamente la lettura di questo libro, un capolavoro che, se lo leggerete con un' "attenta leggerezza" non mancherà di darvi delle grosse soddisfazioni.
Prossimamente mi cimenterò nella recensione dell' ultimo libro della Santacroce e dopo continuerò col secondo libro della trilogia :)

* a me mi è stato detto da Valberici alle 01:50 *
* amemi link * commenti (2) * *

mercoledì, 20 giugno 2007
I tredici ragazzi di Ocean tornano a Las Vegas

 

Anche se io non ne ho contati tredici, ma molti di più, anche se il loro tredicesimo uomo ufficiale dovrebbe essere il loro acerrimo nemico Terry Benedict (Andy Garcia) che si è impegnato (inutilmente) in Ocean's Twelve a rovinare questa allegra banda di ladri dopo che nel primo avevano brillantemente svaligiato il suo casinò: il Bellagio. Il movente di questo nuovo furto nella città del peccato (dopo una breve trasferta europea in Ocean's Twelve) è l'intento di vendicare il loro finanziatore e mentore Rubens, dopo che l'infido Mr Bank lo ha ingannato, costruendo la propria nuova casa da gioco sul suo terreno per poi negargli i guadagni pattuiti e comparire come unico proprietario, tipica mossa da stronzo. Quindi lo scopo dei 13 è quello di far perdere clamorosamente il casinò alla serata di inaugurazione, screditarlo e negarli il prestigioso premio “cinque diamanti” tanto ambito da Bank. Quindi niente caveau e bottino, una specie di missione umanitaria per tirare su il morale a Rubens, caduto in profonda depressione dopo essere stato così umiliato da Bank.

Potrebbe sembrare un gioco da ragazzi in proporzione alle precedenti imprese, ma ovviamente il Casinò-Bank è un gioiello di sicurezza e perfezione, e rovinare la festa non sarà facile, anche perché al piano originale si aggiunge un'ulteriore complicazione: dopo che Rusty (Brad Pitt) ha largamente scialacquato le finanze dello sgangherato gruppo per corrompere quanti più dipendenti poteva, e la trivella “che ha scavato il lato inglese del tunnel della Manica” si guasta (serve per provocare un terremoto e mandare in tilt il sofisticato sistema di controllo “Il Greco”) non trovano altra soluzione che chiedere aiuto finanziario a Terry Benedict, che in cambio vuole assolutamente i collari di diamanti che rappresentano i premi vinti da Bank grazie alle sue altre case da gioco.

Premettiamo che io adoro questo tipo di film, la trilogia di Soderbergh non sarà un gioiello del cinema d'autore, ma a me piace, è completamente delirante. Tanto per cominciare il regista evidentemente vuole che i suoi film vengano montati con windows movie maker: colori assurdi, dissolvenze, trasparenze, le transizioni come nei peggiori videomontaggi di youtube, riprese amatoriali, i sottotitoli enormi (ad esempio quando, grazie agli stratagemmi di Danny & co, i clienti cominciano a stravincere, i guadagni effettuati appaiono in caratteri luminosi sulle teste dei giocatori peggio che in the Sims), secondo me nessun altro avrebbe mai il coraggio di mettere insieme una cosa simile. Ovviamente il cast ha la sua parte, i vari personaggi si esibiscono in una serie di gag assolutamente esilaranti ed impareggiabili. Ad esempio quando Virgil Malloy viene mandato in una fabbrica di dadi in Messico per truccarli, e provoca una rivolta operaia in nome di Zapata per un aumento di salario, con tanto di molotov e polizia armata. O quando Linus (Matt Damon) seduce il braccio destro di Bank, una donna, per avere accesso al caveau con i collari di diamanti, grazie ad un potente afrodisiaco e a un enorme naso finto, per lui fondamentale, che non lo lascia bere nel flute. E poi Yen, il mio personaggio preferito, che parla un dialetto coreano incomprensibile ma che tutti, straordinariamente, capiscono. Le interpretazioni sono ottime, eccetto forse quelle di Clooney e Brad, che preso atto del fatto che le loro belle facce bastano ad attirare gente in sala (lusso che altri non possono permettersi) non si sforzano troppo, comunque il duetto risulta ormai fondamentale per il film, anche se i dialoghi in cui Rusty risponde a Danny prima che lui completi la frase, all'inizio divertenti, dopo un po' stancano.

Effettivamente la sovrabbondanza di personaggi (mancano all'appello solo Julia Roberts e Catherine Zeta-Jones, entrambe esaurite dal lavoro sul set “only men” e liquidate in un'unica battuta di Danny: “questo è un affare solo nostro!” come a dire: non è roba da donne) è spiazzante, soprattutto all'inizio, dove i vari membri del gruppo sono sparsi ai quattro angoli del mondo e impegnati nelle attività più diverse, risulta molto dispersivo. Ti chiedi: “Ma dov'è finito Basher? Sta ancora lavorando con la sua trivella o che?”. Ma alla fine le trame convergono in un unico colpo, com'è chiaro. Il gran finale, con la partecipazione del padre di Linus e di Toulour, risulta un po' deludente, e affrettato. La metà degli stratagemmi strampalati escogitati sono tecnicamente impossibili, ma questo film non si intitola “Come svaligiare il casinò più sicuro di Las Vegas” per cui i particolari non hanno molta importanza. Comunque il primo rimane insuperabile: c'era un'idea chiara, lampante, precisa, e perseguita in maniera magistrale: semplicemente un furto, negli altri due manca quella linearità che giovava così tanto al primo, come se fossero a corto di idee e stessero raschiando il fondo del cappello magico, con il risultato di una trama un po' forzata. In ogni caso lo scopo del film è il divertimento, e c'è, quindi è un buon film che fa il suo dovere: divertire. A me è piaciuto, sinceramente, ve lo consiglio se avete voglia di farvi quattro risate e non avete molte pretese.

* a me mi è stato detto da VioVyB alle 13:51 *
* amemi link * commenti (1) * film *

giovedì, 14 giugno 2007

Elisa Genghini
ZzuccaUCCA GIALLA
 

 J ha ventitrè anni, scrive canzoni, suona e canta in un gruppo sgangherato composto da strani elementi. Un bassista ex-fidanzato ipocondriaco e squassato dalla colite, un batterista erotomane, un chitarrista che non crede abbastanza nella loro musica. J fa l’educatrice e si divide tra la scuola e due ragazzine difficili che le sono state affidate dai servizi sociali. Martina e Sonia.
Una vita fatta di alti e bassi, ma che scorre all’apparenza normale. Finché…Finché non arriva Priscilla Marcoccio, coi suoi boccoli neri e la sua strabiliante bellezza. Priscilla Marcoccio è sui giornali, Priscilla Marcoccio è in Tv. Priscilla Marcoccio diventa una star partecipando al Gioco dei Corteggiamenti dove, sbaragliando la concorrenza, conquista il fichissimo Omar, una sorta di Big Jim lampadato.Sembrerebbe la trama de l’amico ritrovato di Konrad, ma… no, non lo è.
Perché il ritorno di Priscilla, compagna di banco, amica del cuore all’ombra della quale l’insicura J è cresciuta, coincide con l’inizio di una vera e propria odissea.
Odissea mediatica, perché questa è una storia dei nostri giorni, divertentissima e amara allo stesso tempo, ma più di tutto attuale.
Zucca Gialla è una parodia. Una commedia umana che diventa tragicommedia.
Ma Zucca Gialla ha in corpo la stessa adrenalina di un pamphlet alla Neil Postman, la stessa denuncia sociale.
Perché J ha un destino che è il nostro destino: non è il Grande Fratello che guarda noi, ma siamo noi che guardiamo verso di lui. Fa quasi tenerezza J nella sua lotta impari contro la Zucca Gialla: pagina dopo pagina viene risucchiata dentro il tubo catodico. La vita stessa di J diventa “fiction”, e lei soltanto una comparsa, come incastrata dentro situazioni ed eventi che sono copioni già scritti, popolati da produttori, registi, starlette e starlettine, ballerini e ballerine, coreografi e presentatrici: tutti pronti a lottare per apparire sui teleschermi. Tutti tranne J, lei no, lei ha voglia di Zucca Gialla. The show must go on. Lo show triste dei nostri tempi.

 Eumeswil Edizioni

pp.304
ISBN: 8788889378281
Collana: "Rooms"
Prefazione di Gian Luca Morozzi
€14,00

 

* a me mi è stato detto da stella2682 alle 16:30 *
* amemi link * commenti * libri *

appelli et similia

ho cancellato dei post dal blog e mi sembra giusto darvi qualche spiegazione in merito:
- amemi... non e' la collocazione corretta per la diffusione di appelli di alcun tipo, per quanto nobili possano essere;
- segnalazioni di iniziative quali "la libreria degli inediti" o "portosepolto" sono altrettanto fuori tema in un posto dedicato a critiche e opinioni.
spero comunque di non aver scontentato nessuno...

* a me mi è stato detto da grRRiiz alle 12:24 *
* amemi link * commenti * generale *

lunedì, 11 giugno 2007
Krönungsmesse

Si era agli inizi del 1779 e Mozart tornava a Salisburgo con le pive nel sacco. Arrivava da Parigi dopo un viaggio al rallentatore di ben quattro mesi. L'ultima tappa fu a Monaco dove il nostro gaio musicista fece uno splendido regalo alla donna che amava: l'aria "Popoli di Tessaglia".
Stranamente un così prezioso regalo non fece molto effetto anzi Amadeus fu mandato affanculo senza tante cerimonie.
Si rassegnò dunque a tornare dall'arcivescovo Colloredo e riprese il posto di organista di corte.
Nonostante tutto dovette, in fondo in fondo, voler bene all'aristocrazia, in molte lettere ne parlò con nomignoli affettuosi.
"...vi intervenne una folla di nobili, la duchessa di Culagna, la contessa Pisciabene e poi la principessa Fiutamerda con le sue due figlie, che però son già maritate con i principi di Codadiporco...."
In quel periodo ebbe anche qualche problema, a prima lettura  direi un acquisto andato male su Ebay,:
"Corpo di Bacco, mille sacramenti, miseriaccia, diavoli, streghe, maliarde............truffatori, canaglie, coglioni e bischeri a catafascio........Son queste le maniere?! Il pacchetto c'è ma il ritratto dov'è?..."
Tuttavia il nostro eroe non si perse d'animo, essendo organista di corte si dedicò con zelo e rigore al suo lavoro:
"Domenica scorsa sonai per passatempo l'organo nella cappella. Giunsi durante il Kyrie e ne sonai la fine; quando il sacerdote intonò il Gloria feci una cadenza. Ma essendo essa tanto differente da quelle qui abusate, tutti si voltarono a guardare......"
Insomma un lavoro duro ma qualcuno lo doveva pur fare.
Nonostante tutto riuscì anche a comporre quello che considero uno dei suoi capolavori: La messa in do maggiore K317.
Di una bellezza stupefacente l'Agnus Dei, assolutamente da ascoltare almeno una volta nella vita, il suo tema trainante è affidato alla voce del soprano solista e sarà lo stesso dell'aria "Dove sono i bei momenti" (cantata dalla contessa nelle Nozze di Figaro). Anche l'assolo del Kyrie anticipa il "Come scoglio" del Fiordiligi. Il Credo trova invece un momento di grande potenza nel "Crucifixus".
Ricca anche l'orchestrazione vista la presenza di oboi e corni che normalmente non rientravano nel complesso regolare dell'orchestra del duomo di Salisburgo.
Da notare la ripetizione dell'andante del Kyrie nel "Dona nobis pacem" finale, rendendo così ciclica la messa, direi quasi circolare.
Del resto la circolarità è l'elemento simbolico dominante in questa messa, ad es. anche lo squillo di tromba del "judicare" fa cerchio con quello dell' "expecto resurretionem".
Tutto pare ricordarci che la circolarità è simbolo di potere e trova la sua rappresentazione nella geometria della corona.
Concludo consigliandovi l'ascolto tramite ipod (dotato di cuffie in-ear di buona qualità) mentre sorseggiate un buon caffè arabico, corretto leggermente con grappa di moscato.


* a me mi è stato detto da Valberici alle 19:02 *
* amemi link * commenti (1) * musica *

domenica, 10 giugno 2007
Ari-comunicazione di servizio...

Ho finalmente aggiornato i membri di questo blog...
Solo che aggiungendo i nuovi e levando quelli che non ci sono più non ho risitemato la lista dei link...
Voi sapete che nel gestire questo posto sono una vera schiappa...per facilitarmi le cose non è che mi lascereste gli indirizzi dei vostri blog nei commenti in modo che i ripossa fare alla svelta la lista?
Grazie per l'infinita pazienza, e mi raccomando, recensite!!!

* a me mi è stato detto da ninna_r alle 22:26 *
* amemi link * commenti (5) * *

Il sabato del villaggio

Armato di tazzona colma di caffè, al fine di sconfiggere la depressione che immancabilmente colpisce i lettori del suddetto canto, mi accingo ad una recensione audacemente e sconsideratamente priva di ogni ritegno e rispetto.
La prima volta che lessi questo componimento rimasi spiacevolmente colpito dalla sua lunghezza, forse ciò fu dovuto al fatto che la dovevo imparare a memoria.
Purtroppo la mia maestra di quinta elementare era innamorata dello sfigato poeta e ci fece imparare tutti "i grandi idilli" a memoria. Non essendo ancora in funzione il telefono azzurro soccombetti all'insano insegnamento e ancor oggi, purtroppo, mi ricordo di 'sti versi.
Vabbè, cominciamo ad esaminare tecnicamente il canto, ci accorgiamo subito che, a differenza ad es. del Petrarca, il recanatese usa uno schema metrico che lo porta ad alternare endecasillabi e settenari.
All' inizio la fonetica ci appare vivace e scoppiettante, il tristo figuro gemella le l a tutto spiano (vecchierella, donzelletta, novellando, sulla, bella...), le assonanze son gustose. Insomma si parte bene, se pur non rigorosi, si creano delle aspettative, il lettore si sente fiducioso, quasi felice. La consonanza induce ad un lieve sorriso e rasserena (tutta, tetti, frotta, sette....), ci fa sorvolare sull'infarcitura di figure retoriche. Perchè di retorica il nostro fa uso ed abuso, si trova un pò di tutto: metafore, similitudini, litote, metonimie......eppoi il climax, ahhhrg il climax ! Che ci par d'essere sulle montagne russe: donzelletta (giovane)-vecchierella(anziana), zappatore (stanco)-garzoncello(attivo e speranzoso).....
Comunque il tutto si lascia leggere fino a quando, all'improvviso, si precipita nell'abisso. Un breve "notturno" ci fa capire che le cose si mettono al peggio e difatti ecco il "gran" finale. Ora il tristo allittera dittonghi amplissimi e ci spara una gragnuola di consonanti, come la s, la v e la z, che ci lasciano storditi e amareggiati. In più ce la "tira" direttamente, peggio che il più scafato jettatore di mestiere. Il bello è che lo fa alludendo (Altro dirti non vo') aumentando così il senso d'incertezza. Arrivato a questo punto il lettore è ormai annegato nella più completa disperazione. Il poeta aveva previsto tutto: il mutuo da pagare, i figli da mantenere, la moglie da ammansire......
Mah, a questo punto concludo correggendomi il caffè e dandovi un esempio di vera poesia, che mica occorreva scriver tanto per dire quello che si sentiva dentro il Leopardi.


L’erba secca d’estate
è tutto quanto resta
del sogno dei guerrieri

Matsuo Basho - 1688

* a me mi è stato detto da Valberici alle 22:01 *
* amemi link * commenti * *

sabato, 09 giugno 2007
Jack ridimensionato

Ieri sera, con un ritardo spaventoso per i miei canoni, sono andata a vedere Pirati dei Caraibi - Alla Fine del Mondo. Le aspettative erano bassissime. Il primo film mi era piaciuto moltissimo, il secondo molto poco. Noia a pacchi e una sceneggiatura piena di vere e proprie voragini. E invece...Intendiamoci, il primo episodio della saga resta su livelli ineguagliabili dagli altri due. La filosofia era completamente diversa, e a me più congeniale. Gli altri due sono più sfacciatamente blockbuster fatti proprio per lasciare a bocca aperta. Il primo si accontentava di essere onestissimo e ottimamente confezionato intrattenimento. Questo ha aspettative più alte, ma per fortuna non alte come il secondo capitolo. E in ogni caso il film dura 168 minuti, e mi è sembrato lungo la metà del secondo, che durava venti minuti in meno. Il ritmo c'è, il divertimento pure, e questo permette di passare sopra ai vari difetti, che non mancano. Partiamo proprio da questi.
Diciamo che le pecche possono essere riassunte in: poco Depp, troppi Kiera e Orlando. Jack passa quasi in secondo piano, anche se è meno macchietta di quanto non fosse nel due, e di questo ne siamo grati. Tra l'altro, la moltiplicazione dei Jack e dei pesci che ogni tanto viene fuori nel film mi ha un po' infastidita, non so nemmeno spiegare bene il perchè. Will è il solito sciapone, Elisabeth inspiegabilmente è diventata WonderWoman. Già tra l'uno e il due aveva fatto un corso accelerato di spada, qui diventa anche abile condottiera. Da fucilazione immediata il suo discorso ai pirati; melenso e inutile, ed è anche alquanto improbabile che tutta quella marmaglia si galvanizzi alle parole della nostra acciughina. Ma tant'è, adesso tirano le donne con le palle, e questo di sicuro non dovete venire a spiegarlo a me :)
Sviluppo psicologico del rapporto Will Elisabeth praticamente inesistente. I due non si parlano per metà film, giustificandosi con un assai poco convincente "dovevo portare io questo peso", che a livello di sceneggiatura non sta né in cielo nè in terra, poi, durante il combattimento finale, decidono che si amano e che devono sposarsi. Tra l'altro, la scena del matrimonio, sebbene divertente, è un po' ridicola e casca dal cielo.
Calypso incomprensibile. Ci aspettiamo che la sua ira sia più funesta di quella del pelide, e invece tutto si risolve in un urlone mega galattico e un gorgo che quello mio faceva più paura (sto diventando sempre più autoreferenziale, in questa recensione...). Ci si attendeva di più.
Fastidioso il balletto di intrighi, soprattutto eccessivo. È un continuo rutilare di alleanze che si creano e si disfano di minuto in minuto, e lo spettatore finisce piuttosto frastornato. Una trama un filo più lineare avrebbe giovato non poco al film.
Infine, lasciate che io spenda due parole per il mio personaggio preferito: Norrington. Anche lui me l'hanno fatto diventare incoerente. Nel due sembra abbia deciso di vendersi definitivamente l'anima, e non ci credo che non sappia quanto meschino sia uno come Beckett. Ora improvvisamente cambia campo dicendo che "no, non sapevo, ho peccato, mannaggia". Ma soprattutto, gli fan fare la morte del pirla. Non c'è ragione acuna per cui non debba aggrapparsi come una cozza a quella cazzo di fune e salvarsi, seguire Elisabeth e magari impalmarla, anche se sarebbe un triste destino finire accoppiato ad una tale rompiballe. Invece no, resta perchè la sceneggiatura lo richiede. Norrington ha fatto il suo tempo, non abbiamo più bisogno di lui. È solo un impiccio. Fine. Tra parentesi, c'è qualcuno cui Elisabeth non fornisca le grazie delle proprie labbra? A parte Davy Jones, ha baciato tutti.
Ultimo difetto, finale un po' troppo prolungato. Ormai Il Signore degli Anelli ha fatto (pessima) scuola.
Veniamo ai pregi. Praticamente ve li ho già enunciati. Il film scorre, diverte il giusto, anche se meno del primo, avvince. Gli effetti speciali sono soverchianti, ma tutto sommato uno questo se lo aspetta. Lasciatemi solo spendere due parole per la cosa che più mi ha affascinata: il cielo stellato. Avete presente quando i Nostri stanno per saltare a cascata? Ecco. Quel cielo è meraviglioso, e il modo in cui si riflette nel mare è fantastico. Per me gli effetti speciali dovrebbero essere così: semplici e d'effetto, funzionali al sense of wonder il giusto.
Meravigliosa la scena tra Jack e il suo babbo. La cosa migliore del film, direi, in cui lo spirito del primo capitolo torna a galla con prepotenza. Insomma, un film che alla fine fa il proprio dovere. Il problema è che l'idea ormai si è sviluppata oltre i propri confini, ma questo nuovo capitolo cerca di aggiustare il tiro, evitando la supponenza eccessiva e dedicandosi di più all'intrattenimento puro.
Io tutto sommato ve lo consiglio.

* a me mi è stato detto da licia_t alle 11:22 *
* amemi link * commenti (3) * film *

giovedì, 07 giugno 2007
Requiem

Il conte Franz von Walsegg-Stuppach, nato nel lontano 16 gennaio 1763, era un appassionato musicista. Tutti i martedì e giovedì, immancabilmente, suonava assieme ad alcuni suoi servitori. Gli piaceva molto  il quartetto in cui si riservava la parte del  violoncello e, a volte, quella del flauto. Era però un pessimo compositore e se ne crucciava non poco, gli pareva di essere in qualche modo sminuito dalla sua incapacità creativa. Tuttavia era un uomo di grandi risorse (soprattutto finanziarie) e risolse il problema commissionando la musica. Fin qui nulla di strano, a quei tempi molti nobili compravano musica e, alcuni, avevano a servizio compositori di più o meno comprovata capacità. Il nostro conte però fece qualcosa in più: comprò musica in  incognito  e pagò  i compositori  perchè cedessero la paternità dell'opera. Insomma, in parole povere si spacciava per l'autore di musica composta da altri. Vabbè un trucchetto un pò meschino ma, tutto sommato, innocuo. Del resto i suoi servitori sapevano molto bene che la musica non era sua, praticamente il classico segreto di Pulcinella. Poco a poco tutti gli abitanti delle sue tenute (Schottwien,  Klam, Stuppach, Pottschach e Ziegersbwerg) vennero a sapere della sua piccola truffa. Si rideva un pò alle sue spalle ma nemmeno troppo perchè era un signore che aveva a cuore il benessere delle famiglie affidate alla sua autorità. Gli si perdonavano dunque quelle sue piccole manie di protagonismo musicale. Il conte visse dunque serenamente fino all'anno 1791 quando la tragedia entrò nella sua vita. Il mese di febbraio gli morì l'amatissima moglie Maria Anna von Flammberg, ella non aveva ancora compiuto ventun anni e se ne andò all'alba del giorno 14.
Distrutto dal dolore  Franz fece innalzare un monumento in memoria della sua amata ma, non pago di ciò, desiderò anche comporre un Requiem da poter eseguire nell' anniversario della morte.
Naturalmente anche stavolta, pur impegnandosi al massimo, non cavò un ragno dal buco. Poco male, avrebbe fatto come sempre, bastava comprare il talento che l'ingrata natura gli aveva negato. Decise di rivolgersi ad un musicista che all'epoca era abbastanza famoso, sarebbe costato molto ma, del resto, non poteva certo accontentarsi offendendo la memoria di colei che aveva così tanto amata.
Contattò dunque un certo W.A.Mozart, un compositore che godeva di un certo prestigio e che era dotato di una grande velocità nel realizzare le sue opere.
Si misero d'accordo per un Requiem da consegnare in breve tempo col patto che il conte ne sarebbe figurato autore.
Fin qui tutto bene, senonchè il giovanotto ebbe qualche crisi di coscienza, anzi, in verità di coscienza era privo, tuttavia era affamato di tre cose: Ehre , Ruhm un Geld ovvero onore, fama e denaro. Riguardo al denaro niente da dire, il conte pagava bene, però il nostro Mozart era un pò paranoide e gli sembrò che, se la cosa si fosse risaputa, la fama e l'onore ne avrebbero risentito.
Ormai però il contratto era fatto.
Si accinse dunque di malavoglia ad onorare il suo impegno. Purtroppo si sa che quando si fa qualcosa per forza il risultato non è il massimo,  il nostro compositore aveva anche un pessimo carattere e la combinazione di queste due cose lo spinse ad  alcune malignità. All' inizio compose coll'intento di  mettere musicalmente in berlina il conte plagiatore. La musica era deliberatamente cosparsa di arcaismi e, addirittura, scopiazzata. La fuga iniziale è presa, ad esempio, dal Magnificat di C.P. Emanuel Bach. Ci sono anche , a tratti, momenti abbastanza ridicoli, come l'assolo del trombone tenore nel Tuba mirum. In generale anche la  strumentazione è intenzionalmente carente,  se facciamo un confronto con altri lavori mozartiani, tipo la messa  in do minore, ci rendiamo conto del'abisso qualitativo esistente.
Il Requiem non fu mai finito da Mozart, purtroppo intervenirono superiori circostanze ovvero la morte del compositore.
A questo punto successe un pateracchio dovuto al fatto che l'amorevole moglie di Mozart non sapeva dell'accordo segreto. Fece così completare il Requiem da un suo ex amante, un certo Süssmayr.
Ne venne fuori un accrocchio pazzesco che venne venduto al conte ma non in esclusiva. Il conte si pavoneggiò fiero della sua "opera" solo che venne poi a sapere che il Requiem era già stato fatto eseguire dalla vedova di Mozart. Il bello è che fu eseguito pubblicamente il 2 gennaio 1793 nella sala Jahn a Vienna, ovviamente attribuendolo al suo vero e defunto autore.
Figuraccia megagalattica del povero Franz che da allora non osò più "comporre" e visse una vita infelice sentendosi sbeffeggiato da tutti. Ciò dimostra che solo quando l'occhio vede il cuore duole.
"Allora", mi direte, "'sto Requiem starfalcionato finì ingloriosamente compromettendo la fama del suo autore?".
Al contrario, è tutt'ora famosissimo e penso che a tutti sia capitato di sentire almeno qualche nota del Dies ira.
Ora vi faccio una confessione: almeno una volta alla settimana ascolto il Requiem e ne rimango sempre affascinato o, per meglio dire, stregato.
E' tuttavia possibile che io lo apprezzi in seguito alla generosa assunzione di caffè corretto grappa che immancabilmente precede l'ascolto.

* a me mi è stato detto da Valberici alle 20:36 *
* amemi link * commenti (2) * *

domenica, 03 giugno 2007
"Le cinque stirpi" di Markus Heitz

cinque stirpi

La Terra Nascosta è protetta da una impenetrabile catena montuosa nella quale si aprono soltanto cinque valichi tutti sorvegliati e tenuti serrati dalle cinque stirpi di Nani. All’interno, uomini ed elfi vivono in armonia, protetti anche da sei potenti maghi con le loro scuole di magia.
Poi accade l’impensabile, uno dei cinque portali viene aperto e la stirpe di nani che lo sorvegliava, viene trucidata e l’esercitò del male comincia ad infiltrarsi nella terra nascosta, soggiogando alcuni territori. Tuttavia le forze del male devono spezzare l’alleanza dei maghi per conquistare completamente la terra nascosta ed individuano uno dei sei stregoni che può tradire gli altri.
Mille anni dopo la caduta del valico l’unica speranza per i popoli liberi è rappresentata da un giovane Nano ignaro del suo retaggio, cresciuto sotto l’ala protettiva di uno dei maghi, il più saggio. Egli dovrà forgiare un’arma che potrà sconfiggere lo stregone posseduto. Nel suo viaggio imparerà cosa significa essere un Nano e incontrerà fidati compagni che lo aiuteranno nella sua ricerca, fino alla battaglia finale.
Per tutti coloro che hanno il piccolo popolo dei Nani nel cuore. Da non perdere per chi ha amato Gimli de "Il Signore degli anelli".
Un giudizio critico, la caratterizzazione dei personaggi è sufficiente, ma potrebbe essere migliore, l’ambientazione è accattivante, e fa venire voglia di saperne di più sulle stirpi e sulle tradizioni dei nani. Bello anche l'intreccio un po' politico riguardante la successione come imperatore delle stirpi. L’unica pecca, secondo me è nel finale un po’ troppo frettoloso, ma le ultime righe lasciano già intendere il seguito...
Voto: 7,5

* a me mi è stato detto da GSSimon alle 18:39 *
* amemi link * commenti (2) * libri *




I primi a dire amemi'

grRRiiz
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