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Sicuramente vi starete chiedendo a cosa serva questo blog. La risposta è semplice:
a nulla!
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martedì, 24 luglio 2007
Harry Potter e l'Ordine della Fenice

Finalmente, un po' di magia! Giunti al quinto film vediamo qualcosa di più che un incantesimo alla volta! E visto che si parla di una scuola per maghi e streghe... non può che essere positivo!

Il film mi è piaciuto tantissimo, più o meno alla pari del terzo: c'è sicuramente qualche carenza, nel continuo della storia, ma il film scorre dall'inizio alla fine senza grossi intoppi, piacevolmente.

I personaggi nuovi sono tutti favolosi: Luna Lovegood, Bellatrix (adoro la Bonham Carter, che ci posso fare? In questo ruolo è secondo me perfetta, anche se sembra una specie di Beetlejuice al femminile), la Umbridge (è scritto giusto?) e soprattutto Ninfadora, o quel che è, che spero di vedere anche negli ultimi due film! Dei vecchi, Draco Malfoi è praticamente sparito, Hermione e Ron si vedono solo per due battute, la cinesina - a parte un bacio umido - pressoché inesistente; Piton e Silente grandiosi, insieme a Voldemort; Ginny Wesley favolosa (è quella che fa gli incantesimi più potenti, altro che Harry!), Hagrid un po' sottotono, ahimè. Una cosa che mi è mancata in assoluto è stato il Quidditch, che adoro... spero che almeno nel sesto film torni, ma dubito, visto l'andazzo.

Passiamo alla storia: si vede un Harry che inizia a maturare (ha pure un nuovo taglio di capelli), in qualche maniera più adulto rispetto al passato. Il rapporto con Sirius Black è quello che mi ha convinto di più, quasi alla pari e non, come nel Prigioniero di Azkaban, da bimbo con lo zio buono. Harry osa addirittura ribellarsi a Silente, quando si sente ignorato: la fiducia totale che c'era nelle puntate precedenti è sparita, ora Harry pretende più rispetto, più considerazione (e ne ha ben donde, direi). La trama è poi qualcosa di già visto: l'eroe che vuole fare tutto da solo, ma si lascia convincere a condividere il fardello con gli amici; il cattivo che invece è da solo, che pietà per lui!, e quindi lo prende in tasca, ...

Per essere, in fondo, una storia per bambini, ho trovato invece ben sviluppato il rapporto Ministero / scuola: non so com'è, ma mi ha un po' fatto pensare al rapporto Chiesa / Stato qui in Italia (sigh). Credo che un bambino possa non aver colto tutte le sfumature, ma almeno i contorni della questione sì! E quando, alla fine, il povero ministro si rende conto che, sì, Voldemort è tornato davvero... solo la faccia che fa vale la pena di guardare il film! Dato che non ho letto i libri e non so quello che accadrà, posso solo ipotizzare un sesto episodio con un nuovo ministro, magari Malfoi senior, ancora più schierato contro Silente e la scuola di Hogwarts, ma sono solo speculazioni... staremo a vedere!

La magia, dicevo, in questo film la fa da padrona: gli allenamenti con Potter coach, la stessa Umbridge che tanto male non deve essere, l'orgia tra mangiamorte e ordine della fenice, lo scontro Silente vs Voldemort! Mi si passi il paragone, ma rispetto allo scontro Yoda vs Palpatine questo è di un livello decisamente superiore! Mi auguro che nei film a seguire sia dato ancora ampio spazio alla magia, che rende questi film veramente unici. Un appunto su Voldemort: quando compare alla stazione in versione Depeche Mode è troppo un figo! E qui si potrebbe aprire una parentesi sulla contrapposizione tra Voldemort - vestito quasi casual - e i vari Sirius, o Silente, nelle loro palandrane...

Le note dolenti. Come già detto, spariscono un po' alcuni personaggi comprimari, primi tra tutti Ron e Hermione: sono ovviamente schierati dalla parte di Harry, dimostrandolo in un paio di occasioni, ma non fanno praticamente nulla di più... peccato! L'avventura con Cho, poi, è veramente messa lì, giusto per... un bacio, una volta mano nella mano, e via! Finito! Alla fine non si capisce neanche se la vogliono tra loro o meno. Neville è un altro personaggio che poteva sicuramente essere sfruttato meglio: la sua rabbia, voglia di vendetta, contro Bellatrix, per esempio, è qualcosa di inespresso... potrebbe esserci molto di più (e mi dicono che sul libro è così) ma non viene trattato... vedremo nel prossimo film! Malfoi junior che si intravede in un paio di scene e basta, poi, potevano anche dimenticarselo: il padre fa già la sua parte (mi piace molto anche lui, per dirla tutta).

Sono rimasto molto soddisfatto, a conti fatti, da questo film: la storia prosegue verso il suo, oramai, noto finale, mantenendo un'atmosfera cupa ma non opprimente, senza perdersi troppi pezzi nel continuo tra un film e l'altro. Certo, il non aver letto i libri aiuta a godersi meglio il tutto - mancando l'ansia del tipo "questo manca! questo era diverso!" avuta, per esempio, con la trilogia del Signore degli Anelli - e a mantenere il giusto distacco, però anche chi ha letto il libro mi è sembrato soddisfatto dalla visione! Come tutti i flm precedenti, insomma, il consiglio è di andarselo a vedere al cinema!

* a me mi è stato detto da __davide__ alle 14:23 *
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domenica, 22 luglio 2007
Annie Wilkes, sei una sporca burba!


Misery

Non ho letto molto di Stephen King, sebbene Carrie e It mi siano rimasti impressi in mente come poche altre opere letterarie. Amo questo autore, per quanto lo conosca in modo molto meno approfondito rispetto ad altri. Amo la sua scrittura fluida, angosciante, ricca di metafore. Amo la suspance e quel genere di terrore non convenzionale che solo lui sa comunicare con tanta efficacia. E Misery è indubbiamente il meglio che il re dell'Horror mi abbia trasmesso fino ad ora. La mente umana può essere grottesca come mai ci si aspetterebbe. Sa essere malata, perversa, diabolica. Come Annie Wilkes, la protagonista della storia assieme a Paul Sheldon.

Paul è un celebre scrittore che, in seguito ad un grave incidente stradale, viene sequestrato in una casa isolata del Colorado da una sua fanatica ammiratrice. Annie, l'infermiera dagli occhi scuri come monete brunite, il donnone monolitico tutto d'un pezzo dal fiato puzzolente e le movenze goffe. Affetta da gravi turbe psichiche, Annie non gli perdona di avere eliminato Misery, il suo personaggio preferito, e gli impone tra terribili sevizie, di resuscitarla in un nuovo romanzo. Paul non ha scelta, pur rendendosi conto che in certi casi la salvezza può essere peggio della morte.
Il libro è bellissimo, senza mezzi termini, e scorre via con rara velocità e destrezza, senza per questo risultare superficiale o poco approfondito. La narrazione è tesa, cruda, agghiacciante nel descrivere la depravazione psicologica di Annie e la solitudine di Paul, il prigioniero la cui vita dipende dal nuovo romanzo che è costretto a scrivere. La storia è un crescendo di emozioni contrastanti e folli, al limite della schizofrenia. Tutto ruota attorno all'instabilità mentale della donna, ai suoi vuoti di memoria e distacchi repentini dalla realtà. Annie Wilkes fa paura. Nella sua apparente normalità, King la descrive in modo tanto dettagliato da renderla reale e credibile, incarnata in un qualsiasi vicino di casa.
E' questo che rende Misery narrativamente terrificante, poichè non è il paranormale a turbare il lettore, ma l'insondabile coscienza umana che si cela in ognuno di noi. Dubito che si riesca a dimenticare una scena come quella della "tarpatura", di raccapricciante orrore, o le costanti minacce che riducono il protagonista a mera ombra di se stesso. Misery è tutto questo e molto altro. E' un viaggio  di brutale e vivida violenza tra le mura domestiche, 
un tour de force che vi lancerà a 100 all'ora nell'ignoto buio della malattia mentale, un incubo che scuote e fa riflettere. Chiunque ami il genere horror o thriller dovrebbe leggerlo senza pensarci due volte.
E semmai doveste diventare scrittori affermati e qualcuno vi chiedesse un autografo definendosi il vostro fan numero uno, beh, non vi resta che scappare a gambe levate!

 

* a me mi è stato detto da StefanoRomagna alle 21:38 *
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sabato, 21 luglio 2007
La casa dei desideri

Estate 1976, di nuovo in vacanza: mamma, papà, il caravan, il campeggio nei Galles del sud. Il quindicenne Richard non ha motivo di aspettarsi grandi sorprese. Ma una novità c'è: la grande casa abbandonata attorno cui Richard e il suo amico d'infanzia David amavano curiosare è improvvisamente abitata. A Wish House, la casa dei desideri, sono tornati i proprietari: i disinibiti, anticonformisti Dalton. Il pittore Jay, quasi un sacerdote dell'arte, a cui si dedica con instancabile e fanatico fervore; sua moglie Lucia, bella e trasognata; il figlio Joe appassionato di musica; e la bellissima figlia Clio, musa onnipresente nei quadri di Jay, da cui Richard è irresistibilmente, quasi perdutamente attratto. Lo stesso Jay mostra un interesse speciale per Richard, che aspira a entrare nel clan; e ben presto L'attrazione per Clio si trasforma in una storia d'amore, potente e intensa. Con lei trascorre giorni e notti indimenticabili, prendendo coscienza delle proprie emozioni e dei propri sensi. Fino a quando il genio di Jay non diventa distruttivo e un doloroso segreto viene alla luce...

Ho letto questo romanzo in tre giorni. Perchè? Cattura, ammalia, strega. Una miscela esplosiva di sensualità, valori, pudori, paure, libertà. Emozioni contrastanti ma che si fondono nel romanzo più profondo (a mio parere) di Celia Rees. Già letta ne "il viaggio della strega bambina"  e "se fossi una strega", trovo questo romanzo una piacevole novità nello stile narrativo dell'autrice. Un insieme di grandi scoperte, dall'amore alla vergogna, dalla gelosia al risentimento e così via. Consiglio la lettura di questo libro perchè sa raccontarsi semplicemente, senza artifici. Tutto molto scorrevole e un finale che lascia dell'amaro in bocca... ma solo per poco. Vicende d'amore, sesso, adolescenza e morte, condite dall'arte e dall'armonia dei colori su tela.

* a me mi è stato detto da miz alle 01:04 *
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giovedì, 19 luglio 2007
Requiem

L'altra sera sono andato a sentire all'Auditorium Rai di Torino il Requiem di Mozart. Scrivo una piccola recensione sul pezzo, famoso e rivoluzionario, che ha cambiato il modo di concepire la musica sacra.

Siamo nell'agosto del 1791, a Vienna. Un giovane compositore di nome Wolfgang Amadeus Mozart, noto per il particolare virtuosismo delle sue composizioni, riceve un inatteso incarico che segnerà una delle più note leggende della sua vita. Un uomo incappucciato si presenta alla porta di casa Mozart, con una lettera in mano che commissiona al giovane artista la composizione di una messa funebre, insieme all'ordine di non indagare mai sull'identità del committente. In quel periodo Mozart aveva problemi di salute. Da tempo ormai la sua mente era affollata da presagi di morte. Si sentiva stanco, debole e vulnerabile. E così "la fantasia sovreccitata del giovane"  commenta Paumgartner  "vide nell'uomo incappucciato un "messaggiero dell'aldilà , venuto per commissionargli la propria messa da Requiem". Mozart comincia così a scrivere la sua ultima, grande pagina di musica, un "delirio" destinato a scuotere la base stessa della musica, che perseguita il compositore in un crescendo di orrore fino alla sua morte. Dopo aver concluso alcuni incarichi in sospeso, a metà settembre comincia a dedicarsi interamente alla stesura del Requiem. Ossessionato dall'idea della morte, o meglio, ossessionato dall'idea di una morte predestinata Mozart, in compagnia del suo allievo Sussmayer, compone l'incipit della messa,  l' "Introitus". L'inizio è semplice. L'orchestra balbetta un accompagnamento ondeggiante mentre i fiati definiscono  una melodia non troppo articolata, quasi a descrivere il lento e pacato bacio della morte che strappa l'anima all'uomo. Ad un tratto, la musica incalza e si apre al coro.  Prima le voci maschili, poi quelle femminili arpeggiano e danzano su quell'unica, immensa frase che terrorizza ed opprime il compositore: "Requiem aeternam dona eis, Domine" "Eterno riposo dona a loro, Signore". Il tema è semplice ma ricchissimo. Le parti del coro lottano per stapparsi di bocca la melodia, quasi avessero fretta di esaurirla. Ma Mozart non vuole morire, e la sua lotta emerge chiara nelle successive battute: "Et lux perpetua luceat eis" "Risplenda su di loro la Luce Perpetua". Qui la speranza, la convinzione di un' Eterna pace, di un aspettato ed infinito riposo. La conclusione è spettacolare! Un urlo, uno strillo di rabbia esplode nell'aria. Un urlo ossessivo e folle che si esaurisce lentamente in un sussurrato e melanconico "luceat eis". Si apre così il "Kyrie", uno dei pezzi più famosi della storia della musica di tutti i tempi. Il coro domina per tutta la durata del brano, quasi le voci si contendessero l'onore e il dovere di elevare ai cieli la loro preghiera: "Signore, Pietà! Cristo, Pietà! Signore, Pietà!". Tre minuti di autentica devozione, di totale abbandono a Dio.  A questo punto però, comincia le vera corsa contro la morte. Il "Dies irae" è rapido e apocalittico. Si leggono tracce di inquietudine e di paura, sferzate di violenza e di ira, frammenti intensi di agonia. Il coro corre per stare al passo con l'orchestra. L'orchestra corre per stare al passo con il coro. Non c'è nemmeno un vero e proprio finale. I violini aggrediscono letteralemente l'ultima nota ( DO minore ) soli, senza timpani o ottoni a definire la conclusione. Possiamo immaginare che questo è il brano che Mozart patisce più di tutti. La sua gara con la morte, infatti, è impari. Non riesce ad essere rapido quanto vorrebbe. Sei episodi della Sequenza erano completati nelle parti vocali ma le parti strumentali erano solamente abbozzate. Riesce a disegnare una folgorante visione di Dio nell'immenso "Rex tremendae", ma non lo conclude. Il "Lacrimosa" si interrompe all'ottava battuta; i brani "Domine Jesu Christe" e "Hostias" prospettano una vaga traccia generale della melodia; "Sanctus", "Benedictus" e "Agnus Dei" non verranno mai composti. In verità, Mozart non riuscì a mai vincere la sua corsa contro la morte ma riuscì a creare la più grande testimonianza di musica sacra della storia dell'uomo. La terrificante trasfigurazione della Morte, l'accecante potenza di Dio si fondono in un canto misterioso, arcano, che si eleva fino al cielo con soave naturalezza. In fondo la morte è la vera e unica amica dell'uomo, dirà lui stesso. Nonostante la musica ricordi per concezione e impostazione le messe funebri della tradizione (si confronti il "Kyrie" della Messa a 5 voci di Giovanni Battista Pergolesi, per fare un esempio), la creatività assoluta traccia le basi di una dimensione musicale tutta nuova, che rispecchia fino in fondo il sentimento del compositore e riflette un rapporto diretto, uno scontro audace tra Dio e l'uomo. Questa è la vera natura del Requiem. Farsi portavoce del richiamo insito in ogni creatura di fronte alla morte, di fronte all'ombra. Un canto di preghiera e di speranza che accomuna tutte le genti, le razze, le nazionalità, le lingue e i popoli verso una realtà da cui nessuno può sfuggire. Un realtà che raggiunge tutte le cose. Una realtà che ci accomuna tutti come "uomini".

* a me mi è stato detto da jacopo777 alle 22:56 *
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mercoledì, 18 luglio 2007
honeymoon

Manaka, ventitré anni, è cresciuta in una casa circondata da un grande giardino, a pochi passi dalla casa di Hiroshi che, dopo essere stato il compagno di giochi dell'infanzia e l'amico intimo dell'adolescenza, è diventato suo marito. La loro vita sembra procedere senza scosse fino alla morte del nonno di Hiroshi con cui il ragazzo ha sempre vissuto, dopo essere stato lasciato da entrambi i genitori che avevano deciso di far parte di una setta religiosa in America. Nel mettere a posto la casa del nonno, emergono particolari che gettano una luce sinistra sullo spirito della setta e che spiegano le angosce da cui Hiroshi è talvolta sovrastato.


Come sempre la Yoshimoto non necessita di grandi trame per catturare il lettore. Come sempre gioca sui sentimenti più antichi trasformandoli in visioni fantastiche, ed il cuore immancabilmente spicca il volo. Riesce a parlare delle emozioni, le gioie, le lacrime, con una dolcezza e un'infinita passione da restare commossi anche nella semplice descrizione di una camelia. Così per Honeymoon non è servita una storia avvincente o di grande spessore per rendere il romanzo bellissimo. La storia è dentro i cuori dei due personaggi. Lei vinta dalla bellezza della natura, ottimista e straripante desideri, lui piegato nel dolore, spaventato dalla morte, annegato nel pianto. Insieme trovano l'equilibrio della purezza e in essa germogliano. Anche tra sogni violenti, presentimenti e fughe, i due protagonisti non si abbandoneranno mai alla ferocia dell'umanità intorno a loro. Come protetti da un velo trasparente essi guarderanno il mondo in un modo differente. E ne resteranno entusiasti.

* a me mi è stato detto da miz alle 00:00 *
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lunedì, 16 luglio 2007
Anatomy monotony.

tornaImmagineEdy Poppy – Anatomy monotony. Vie di fuga dall’amore
 Bompiani Editore

La bionda norvegese Vår e il francese Lou si sono sposati in giovane età. Hanno deciso di trasferirsi a Londra, da Parigi, in seguito a un rischioso gioco a tre. Lou e Vår, infatti, avevano deciso sin dall’inizio di avere un rapporto aperto, ma lei, modella di pittori di nudo, aveva iniziato una relazione pericolosissima con un artista, che aveva finito per minare il suo legame con Lou.
A Londra, dopo un breve periodo di quiete, Lou si invaghisce di una giovane, Sid. Forte della sua nuova relazione, Lou rilancia la posta in gioco: lascerà Sid solo se Vår troverà un amante tanto importante quanto il pittore di Parigi e, per lui, sarà in grado di lasciarlo.
Vår, in realtà un’altra relazione ce l’aveva già, con un tale “Americano”.
A questo punto, per stare al gioco, dovrebbe lasciarlo ma, ancora una volta, il gioco non tiene: lei è colta da troppe incertezze e, anzi, fugge con l’amante.
Di nuovo, la coppia Lou-Vår sembra sfaldarsi, ma ancora una volta tutto appare ricomporsi: Vår torna da Lou. A questo punto Lou può decidere: tornare con Vår, anche se ha infranto le regole del gioco, o restare con Sid.
Il patto di libertà erotica si trasforma in un gioco troppo pericoloso.

L’esperienza di un autrice punto di riferimento per il noir europeo.
Un romanzo con la freschezza di un diario di esperienze erotiche.

autrice:Edy Poppy (il cui vero nome è Ragnhild Moe) è cresciuta in Norvegia fino all’età di diciassette anni, quando ha lasciato il suo paese per andare a studiare in Francia.
Ora vive in Inghilterra, col marito francese.
Ha pubblicato racconti, opere teatrali e collabora con vari magazine. Nel 2004 ha vinto il premio norvegese per la migliore storia d’amore dell’anno.

* a me mi è stato detto da stella2682 alle 15:29 *
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Un Harry riuscito

ATTENZIONE!!!!! -- MOLTI SPOILER!!!!!!

Sono fresca di visione di Harry Potter e l'Ordine della Fenice. Pemetto che ho visto la versione in lingua originale. Non so se questo cambia qualcosa. Per Le Cronache di Narnia faceva la differenza. Anyway.
Parto subito col dire che probabilmente è il film di Harry Potter che m'è piaciuto di più. Divertente, compatto e denso. E considerate che il libro è qullo che m'è piaciuto di meno. Raro caso, dunque, di film che migliora il libro, sostanzialmente perchè ne è una versione asciugata, editata, se vogliamo. Ho sempre trovato L'Ordine della Fenica un libro un po' confuso e pieno di roba che non smuove il plot di una virgola. La sagra del perdere tempo, insomma. Il film da giù di forbice su molte cose superflue, lasciando solo ciò che fa progredire la storia. Corregge persino un paio di cose che avevo trovato insopportabili nel libro. Tipo Harry, che era sull'isterico andante. Intendiamoci: lui è rimasto l'adolescente problematico che ci si attende, ma molto meno insopportabile. Ha dilemmi meglio delineati e motivati, e il tema portante della sua solitudine, in quanto classico "prescelto", emerge comunque con prepotenza.
L'atmosfera, come ormai da tradizione, è cupa, ma si evitano i toni eccessivamente gotici a favore di un andamento complessivamente più adulto del tutto: Harry è cresciuto, le sue vicende sono viste semplicemente da un nuovo punto di vista, senza volerci mettere per forza tutto quel dark che sembra andare tanto di moda.
Il divertimento e il sense of wonder restano, senza però arrivare agli eccessi caramellosi di Columbus.
Ovviamente, sotto l'accetta cascano anche cose che avrei gradito vedere: il S. Mungo, per dirne una, o le meraviglie del Ministero della Magia, segate, queste ultime, per motivi che mi risultano difficili da decifrare. Però non sono mancanze che pesano. Il film sta comunque in piedi senza dare l'impressione di essere stato compresso per farci entrare tutto (tipo Calice di Fuoco, per intenderci), e la trama fila via solida e senza buchi, eccezion fatta per il rapporto Harry-Cho, che, dopo il famigerato bacio, non si sa che fine faccia. Per carità, la storia d'amore con Cho ha peso pressochè nulla sulla trama.
Difetti. Dunque, effetti speciali un po' risicati. Grop è plasticoso, mancano un sacco di cose fighe nel Ministero della Magia, l'uscita di scena dei gemelli Weasley poteva essere fatta meglio. Mi sa che su quel fronte han proprio risparmiato. In compenso, grande resa scenica dei duelli.
Pochi Hermione e Ron. Non hanno un ruolo definito, sembrano esserci più che altro perchè fan parte dello sfondo e ci devono stare, ma si vedono poco.
Daniel Radcliffe ha una sola espressione, e la usa per tutto il film. È sempre stato così, ma ora che Harry cresce e le cose si fanno più drammatiche la cosa inizia a notarsi un po' troppo. Compensa col physique du role, che ha sempre avuto, ovviamente. Insomma, è Harry sputato, va detto. Anche questo difetto è però compensato da un casting strepitoso: Imelda Staunton è fantastica. Quando l'avevo vista in foto non mi convinceva, ma nel film È la Umbridge. Il suo sorrisino falso, il suo tono di voce mellifluo e trattenuto, le sue risatine ipocrite. Fantastica. Nel libro finiva per essere una macchietta, qua è un personaggio vero. Luna Lovegood adorabile. E poi tutti gli altri del cast fisso: Alan Rickman poco presente, ma perfetto come al solito (dio mio che voce, tra l'altro...e il modo in cui parla...fantastico!), Gary Oldman che, che gli vuoi dire? A me Blacke è anche sempre stato vagamente antipatico, ma, ahò, lo fa Gary Oldman! E poi Tonks tratteggiata perfettamente in quattro battute.
Infine, menzione di merito per l'uso furbissimo della Gazzetta del Profeta; i titoli ci tengono aggiornati sugli eventi e ci danno anche la dimensione dello scorrere del tempo.
Insomma, se non siete feticisti della Rowling, per cui ogni adattamento dei libri è per forza di cose un tradimento, ve lo consiglio: è un ottimo film di genere che fa egregiamente il proprio lavoro.

* a me mi è stato detto da licia_t alle 01:37 *
* amemi link * commenti (20) * film *

mercoledì, 11 luglio 2007
Antenna

antenna%20light1Randy Taguchi

Antenna

prefazione di Banana Yoshimoto

 

Trama


Marie ha sei anni quando scompare nella notte. Passa il tempo, lei non ritorna e la famiglia si sfalda. Ciascuno è preda di un lutto diverso: la madre aderisce a una setta di fanatici religiosi, il padre muore all’improvviso, il fratellino scivola in un’inspiegabile psicosi, e infine Yuichiro, il fratello maggiore, trascorre la vita ossessionato da quel tragico giorno e si infligge tagli sul corpo che gli procurano piacere. Attraverso ricordi e flashback, entriamo così negli abissi di una mente sofferente e autolesionista, quella di un ragazzo che anche con gli occhi ben aperti non riesce a vedere niente. Finché non irrompe Naomi, conturbante mistress sadomaso dall’incredibile intuito sciamanico, che allevia il tormento di Yuichiro con un a cura a base di bizzarre pratiche erotiche. Al potere taumaturgico di Naomi si unisce l’aiuto di un regista specializzato in programmi dell’occulto, che spinge Yuichiro a intraprendere sedute di ipnosi regressiva…

 

Autrice


Randy Taguchi disegna con delicata crudezza un attualissimo quanto scomodo quadro delle società moderne, che nel Giappone hanno per tanti versi un avamposto: una generazione vinta dalla paura e dall’insicurezza, che dopo aver perduto le antenne della comunicazione le ritrova in un originale percorso di sesso estremo e spiritualità

 

 

 

 

* a me mi è stato detto da stella2682 alle 12:06 *
* amemi link * commenti (2) * *

martedì, 10 luglio 2007
Era possibile??? La guerra dei nani

Era possibile superare "Le cinque stirpi"??? La nuova epopea nanica dove i nostri piccoli eroi sono i protagonisti indiscussi? Ebbene si, Markus Heitz non ci ha deluso e non ci ha nemmeno fatto aspettare molto, il secondo capitolo della saga segna una maturazione dei personaggi e dei loro caratteri e anche una crescita dell'autore, lo spunto che ci aveva lasciato al termine del primo libro, viene ampiamente sviluppato, con continui colpi di scena, che catturano fino alle ultime pagine. Ci sono molti elementi nel romanzo che lo faranno sicuramente amare, la storia o meglio le storie d'amore di Tungdil(il protagonista. ndr.), la prima impossibile bloccata dagli usi e tradizioni dei clan dei Nani, il secondo con una Nana della stirpe dei Liberi, che però non finirà nel migliore dei modi; gli intrighi politici orditi dalla Stirpe del Terzo che tentano con ogni mezzo di eliminare tutti gli altri nani, battaglie epiche e molte altre avventure ricche di colpi di scena, ci sono anche alcune dipartite di personaggi di un certo rilievo, ma mancavo indizi sul prossimo capitolo della trilogia, cosa che ci farà attendere con ancor più suspance. Ora aspettiamo il 13 febbraio 2008 per l'ultimo capitolo.9788842914952

<< Piango tutti i nani cui fu tolta la vita, e giuro che nulla m'impedirà di ricostruire ciò che è stato distrutto. Ancora più bello, ancora più magnifico. Io non permetterò al male nessun trionfo, non oggi, non domani, anche se dovessi posare le pietre l'una sull'altra da sola. >>

* a me mi è stato detto da GSSimon alle 16:55 *
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domenica, 08 luglio 2007
Voglio guardare

Titolo Voglio guardare
Autore Diego De Silva
Prezzo € 12,00
Acquistabile presso IBS



Dati 2002, 184 p.
Editore Einaudi (collana L'Arcipelago Einaudi)


 

"A cavalcioni del cliente, Celeste sbatte la testa contro il soffitto dell'auto per la terza volta.
- E piano, cazzo! - Si blocca puntellandosi con le mani sulle spalle di lui, dimostrandogli che le basterebbe muoversi tanto così per farlo uscire. Poi lo guarda con severità.
- Scusa - sussurra quello, completamente in suo potere. Poi aspetta che sia lei a riprendere. E lei riprende, a occhi chiusi, contorcendosi e ansimando senza mai aprire la bocca, come le piacesse da morire. Chi lo sa, se le piace.
Il cliente la tiene per la vita, segue quella specie di danza con la bocca insalivata, la faccia stravolta.
Celeste non apre gli occhi eppure sorride come se lo sapesse, come lo stesse guardando mentre le si annulla fra le gambe. E questa consapevolezza l'appaga, la fortifica. E' bello pensare che quest'uomo tornerà a casa con una crepa nella vita."


Celeste ha sedici anni. Fa il liceo scientifico. Vive in una famiglia qualsiasi. Ha un corpo come tanti. Il pomeriggio presto esce di casa, scende in litoranea, raggiunge il solito posto e aspetta. A vederla così, con i jeans, senza un filo di trucco, nessuno direbbe che stia lì per quello. Poi le passano accanto con la macchina e rallentano. Qualcuno scuote la testa, qualcuno fa il giro e si ferma. David Heller ha ucciso. È un uomo giovane, atletico, taciturno. Vive solo, in un grande appartamento. Fa l'avvocato penalista con un certo successo. Un giorno è uscito di casa con un grosso zaino sulle spalle, con dentro il cadavere di una bambina. Celeste l'ha seguito.


Guardo la copertina di questo romanzo e ricordo il periodo in cui lo lessi. Ero molto
emozionata, la mia vita correva su un binario nuovo e c'era amore. Lo lessi quindi con ardore e clemenza, senza condannare né inorridirmi, di fronte alla morte, all'omicidio, alla vendita di sé stessi. Così capita a Celeste, di mercanteggiare le proprie carni, la propria persona, senza scrupoli e forse nemmeno per i soldi. Giovane, senz'anima, non poteva che inciampare nel suo alter ego più animale. Davide, omicida. Un incontro romantico e feroce, di due esseri umani disturbati, in maniera diversa, ma in un mondo uguale. E tra loro nasce quell'empatia che a pochi accade di provare. Insieme hanno un senso. Due vite disperate ma inconsapevoli di esserlo. E lei cerca nella casa di Davide la sua anima, cerca la sua vera essenza. Lui glielo permette, senza conoscerla realmente, la lascia insinuare dentro di lui. Celeste non lo lascerà mai. E a Davide questo sta bene. Silenzi, gesti e segreti.

* a me mi è stato detto da miz alle 14:14 *
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V.M. 18

Non amo molto le scrittrici italiane, sovente mi annoiano e, in genere, le trovo piuttosto antipatiche.
Ovviamente mi riferisco a ciò che scrivono, sulla persona non mi permetto certo di giudicare. Altrettanto ovviamente non ho letto tutto quello che è stato da loro pubblicato quindi il giudizio è parziale e sicuramente inquinato da una mia leggera  misoginia.
Ci sono però due scrittrici che per me costituiscono un' eccezione : Isabella Santacroce e Licia Troisi; diversissime tra loro  eppure accomunate nello scrivere da un prevalere dello yang sullo yin.
In questo post comincio a parlare del' ultimo libro della Santacroce, in seguito (finita l'opera di Stroud)  parlerò della prima trilogia della Troisi e capirete (spero) perchè ho fatto l'iniziale paragone.

Come mio solito ho letto il libro molto velocemente dopodiché me lo sono rivisto mentalmente per capire se meritava una rilettura più attenta. Beh di primo acchito mi è venuto da ridere, mi son detto: "Ok mi sta prendendo in giro, lo fa in maniera terribilmente elegante ma mi sta prendendo per i fondelli".
Essì perchè tutto mi faceva pensare ad un "divertissement" , bello ma inconsistente.
Una scrittura settecentesca, ricca e ridondante, l'aggettivo sempre anteposto, i nomi delle protagoniste assolutamente classici, la continua citazione dagli scritti del  Divino Marchese e un agire  a tratti "onirico".
Più che aver letto un libro mi pareva di aver appena assistito ad una tragédie-lyrique di Lully: una coreografia rigorosa ma una melodia  un pò troppo artificiosa.
In due parole: libro esteticamente perfetto ma senz'anima.
Accantono dunque il tutto senza pensarci per un paio di giorni ma, mentre sto leggendo Baudelaire, ripenso alle poesie ematiche del libro e decido di rileggerlo.
Appena finito sono perplesso, de Sade  non è reinterpretato al femminile ma è il sadismo stesso che viene rivendicato come appartenente alle donne.
La concezione  del bene e del male è del tutto maschile, eroica, addirittura epica.
Ciò che accade nella Stanza Furente non è altro che l'adorazione di  dio mettendosi al servizio del male.
Un male concreto e non certo la cristiana "assenza di bene", un male che richiede coraggio ma che permette di arrivare alla luce divina.
La protagonista Desdemona non si sottomette a dio ma lo tratta da suo pari, è una figura eroica che persegue un suo mondo ideale e così facendo si configura ad immagine e somiglianza del suo creatore  realizzando il progetto divino.
Con questa chiave di lettura il testo acquista un significato che va oltre la mera estetica e si trasforma in una lirica struggente, un tributo al coraggio e un "ascesa verso la luce".

Bene mi fermo qui, non c'è altro da dire se non consigliare il libro  solo a chi  si sente in grado di non impressionarsi davanti alle scene volutamente "forti" e apparentemente pornografiche.
Prossimamente recensirò il secondo libro della trilogia di Bartimeus.

* a me mi è stato detto da Valberici alle 03:21 *
* amemi link * commenti (6) * *

mercoledì, 04 luglio 2007
Ho goduto

Premessa: ringrazio ninna_r per aver accettato la mia richiesta di partecipazione. Seguo questo blog da molto tempo e mi fa piacere poter dare il mio umile contributo.

Miz

 

«Ho telefonato alla mia amica Charlotte, per annunciarle la novità. Ha gridato di gioia. Presto, non ho dubbi, tutta la città saprà che ho goduto… Ho vent’anni e l’impressione di averne cento, mille. Non so più. Ho goduto, io sono altrove. È questa la felicità?» Senza pudori e con tutta la vitalità di una giovane donna, Sarah racconta di sé e del suo rapporto, febbrile e «ossessivo», con l’altro sesso. Incontro dopo incontro, relazione dopo relazione, Sarah cerca di conoscere i suoi sensi, il meccanismo affascinante e misterioso del suo corpo. Trova nuovi amanti, nuove situazioni, nuove emozioni, abbandonandosi senza pudore alle esperienze più intense, coinvolgenti, sorprendenti. Sino a raggiungere una sessualità liberata, estrema, totale e insieme una coscienza tutta propria della femminilità.



Lessi questo romanzo molti anni fa, parecchio tempo prima dell'uscita di "cento colpi di spazzola prima di andare a dormire" dell'ormai nota Melissa P. Sottolineo questa cosa perchè molte persone li hanno paragonati, insensatamente. Senza entrare nel merito del romanzo d'esordio della Panariello, posso senza ombra di dubbio affermare che "ho goduto" è il più bel libro del genere che abbia mai letto. Dire "bello" è riduttivo in quanto suddetto romanzo mi ha trasportato in un vortice di erotiche sensazioni che difficilmente un libro sa farmi provare. Ho letto con devozione ogni parola del romanzo come se fosse l'ultima, famelica di quell'emozione universale che ha provato Sarah. La ricerca dell'orgasmo come ricerca interiore di sé stessa. Ho voluto leggere il libro con la proiezione personale di un viaggio attraverso l'anima utilizzando la carne come mediatrice. Così nella semplicità di un gesto Sarah ha trovato ciò che cercava con disperazione e paura. Così come nella semplicità delle cose si può trovare l'infinita pace in una vita di tormenti. Questo mi ha dato "ho goduto" e per questo lo consiglio vivamente.



Titolo
Ho goduto
Autore Sarah
Prezzo € 7,50
Traduttore Ferrero A.
Editore TEA (collana Teadue)

* a me mi è stato detto da miz alle 23:32 *
* amemi link * commenti (1) * libri *




I primi a dire amemi'

grRRiiz
ninna_r

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