a me mi non si dice ma però


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Sicuramente vi starete chiedendo a cosa serva questo blog. La risposta è semplice:
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Comunque, c'è venuta l'idea di utilizzare questo spazio per parlare bene o male di quello che per diletto o per sfortuna vi è capitato di vedere, di leggere e perchè no, anche di vivere.
Si dia quindi libero sfogo ad una delle attività che riesce meglio a chiunque:
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lunedì, 27 agosto 2007
Le notti di Salem

 

Le notti di Salem

Vampiri. Si muovono nella notte, ombre sinuose, ceneri sparse, tumuli di morte.

E' in un giorno come un altro che Ben Mears, scrittore affermato, fa ritorno a Jerusalem Lot dopo anni di assenza. Vuole sconfiggere i demoni del passato che gli infestano le notti come presenze incresciose e tangibili. Gli incubi di un trauma mai superato legati a casa Marsten, un'abitazione fatiscente e disabitata che veglia sulla città come un idolo rinnegato dalle imposte sempre chiuse.
Le notti di Salem è l'ennesimo romanzo di Stephen King che non sono riuscito ad abbandonare senza averlo prima divorato. Dopo Misery, il re dell'horror è tornano alla carica con un esercito di succhiasangue da mozzare fiato e circolazione. A Salem Lot tutti sanno che qualcosa non va. L'atmosfera è mefitica, irrespirabile, per i pacifici abitanti del borgo, abituati nella loro provinciale esistenza a cianciare alle spalle degli altri e condurre una vita ordinaria. I bambini vanno a scuola, le donne cucinano e gli uomini lavorano, chi alla discarica, chi in chiesa, chi altrove. E' la quintessenza della normalità.
Tutto ha inizio quando arrivano due misteriosi figuri, Straker e Barlow, che s'insediano in cima alla collina. Possiedono un negozio d'antiquariato dall'aspetto sobrio, in grado di rassicurare. Ma da quel momento in poi, la gente inizia a star male, morire o scomparire, nel peggiore dei casi. Un cane viene trovato impalato al cancello del cimitero, un corpo scompare dalla cella frigorifera dell'obitorio mentre il sole tramonta, portandosi via gli ultimi barlumi di luce e speranza. E' arrivata l'ora dei vampiri, e la girandola d'orrore si avvia senza mai arrestarsi.

Vampiri. Si muovono nella notte, ombre sinuose, ceneri sparse, tumuli di morte.

Bianchi come cenci, dai canini affilatissimi, non chiedono altro che entrare nelle abitazioni. Non chiedono altro che sfamarsi, loro, dall'appetito perennemente insaziabile. Bussano alle finestre con aria spaesata, occhi rossi e fare distorto. Non importa a che altezza, riescono a raggiungerti lo stesso, poichè fluttuano o s'arrampicano come ragni. Anche se hanno bisogno del tuo invito, non desistono, perchè sanno come andrà a finire. Una volta ottenuto, seguono l'istinto e attaccano, in quell'istante che fonde dolore e piacere in un'agonia senza ricordo. Si, perchè il giorno dopo non avrai memoria di ciò che è successo. Non troverai alcuna stranezza nel constatare la presenza di profondi fori sul collo. Anche a te sembrerà che il Sole scaldi troppo, e ti verrà molto più naturale rintanarti in un cantuccio oscuro, ad attendere l'approssimarsi delle stelle.
Le notti di Salem è questo. Una rivisitazione in chiave moderna del Dracula di Stoker, da cui l'autore attinge senza risultare monotono. Un romanzo che ha il sapore metallico del sangue, una storia che fa accapponare la pelle e allertare i sensi. E' una corsa verso la salvezza, prima che arrivi la notte, quando Loro sono invincibili e c'è poco da fare, perchè riescono a trovarti persino dalle fessure delle porte. E' una lotta a colpi di croce, paletti di frassino ed acqua santa. E' una carneficina mirabilmente orchestrata dove l'unica certezza è la "non certezza", dove un Ave Maria e un Padre Nostro possono fare la differenza tra la vita e la morte, dove le porte della chiesa "bruciano" per chi non è degno di toccarne le maniglie. Un altro capolavoro di King da non perdere e gustare rigorosamente a luci spente e finestra aperta.

* a me mi è stato detto da StefanoRomagna alle 18:46 *
* amemi link * commenti (2) * libri *

giovedì, 23 agosto 2007
Therese e Isabelle

Voci di ragazze, le note di un pianoforte, la campana che scandisce i tempi dello studio e dello svago, il silenzio della notte nel dormitorio. Siamo in un collegio in Francia, nel dopoguerra. Thérèse aspetta l'estate, per poter fare ritorno a casa. Ma intanto la madre si è sposata e lei sa che non potrà tornare a rifugiarsi nel suo letto, dormirle accanto, come un tempo. Lì, in collegio, c'è però qualcuno che può darle e chiederle - spesso esigere - un affetto altrettanto intenso ed esclusivo, anche se di natura diversa: è l'appassionata, tirannica Isabelle. Destinato a durare il breve arco di una stagione, rubato allo studio, al tempo dei pasti e al sonno, consumato in un'aula deserta, nei bagni del collegio, nel letto di Isabelle, in uno squallido albergo, l'amore che lega le due compagne è fatto di abbandono totale e di disponibilità al gioco erotico; ma anche di pudore e di improvvise asprezze, tanto che le due protagoniste si danno del lei, durante i loro primi incontri, come vuole la regola del collegio, ma talvolta anche più in là, quando sentono, drammaticamente, l'impossibilità di una totale fusione l'una nell'altra. Scritto nei toni suggeriti da un lirismo intenso ma anche impregnato di fisicità, questo romanzo breve tocca il tema erotico con audacia, sincerità e originalità di linguaggio, inserendosi a pieno diritto nel grande panorama novecentesco del récit francese.


"Thérèse e Isabelle" è la storia di una delicata quanto scabrosa iniziazione omosessuale in un collegio femminile, d'ispirazione autobiografica come quasi tutta l'opera di Violette Leduc. Il testo, che è possibile leggere ora nella sua versione originale e che costituiva l'inizio di un romanzo, "Ravages", fu al centro di un vero e proprio dilemma editoriale, uno degli eventi più significativi e drammatici della sfortunata carriera letteraria di Violette Leduc. Siamo nel maggio del 1954. Leduc, all'epoca nota solo a una ristretta cerchia di ammiratori, era soprattutto apprezzata da Simone de Beauvoir che l'aveva seguita sin dai suoi esordi, senza lesinare né consigli né sostegno finanziario; fu la stessa Simone de Beauvoir a presentare il manoscritto a Gallimard. "Thérèse e Isabelle" era il primo lungo capitolo del romanzo, un episodio perfettamente conchiuso che trasponeva una felice vicenda personale: la passione travolgente e contraccambiata per una compagna di collegio, Isabelle, durata lo spazio di una stagione. Il romanzo, del resto, si sviluppava in prima persona e lo stesso nome della protagonista, Thérèse, non era altro che il primo nome di battesimo di Violette Leduc. Il racconto venne quindi prima censurato da Gallimard, poi smembrato e sensibilmente rimaneggiato dalla stessa Leduc. Oggi finalmente il testo ritrova la sua coerenza e continuità iniziali. Un'opera a se stante che si inserisce a pieno diritto nel panorama novecentesco francese. (Dalla postfazione di Carlo Jansiti).

 

RECENSIONE PERSONALE

Ho amato questo romanzo, subito, dalla prima pagina. La trama mi ispirava e l'ho scelto dopo aver letto qualcosa della Winterson. Motivo? Semplicemente ho apprezzato la narrazione di amori omosessuali con tale poesia e vibrazione. Non potevo non provare anche quest'autrice. L'amore di due adolescenti, la passione di una delle due, così travolgente, così innocente e pura. Un cuore che palpita e una scoperta dolce come il miele. Del proprio corpo, delle pulsioni e dei desideri. Il sesso passa in secondo piano, due persone, null'altro. Due sentimenti contrapposti: amore e curiosità. Therese ama, Isabelle vuole scoprire. Sé stessa o forse semplicemente dove può arrivare utilizzando la propria sensualità. La pubertà di due collegiali alle prese con un mondo protetto, ma libero e infuocato nel loro letto notturno. Di giorno segretamente taciuto. Il distacco, poi, delle protagoniste. Vissuto con ardore e dolore dal lettore. Perchè a volte anche le più forti emozioni servono solo come ponte per l'accettazione di sé stessi.

* a me mi è stato detto da miz alle 20:20 *
* amemi link * commenti * libri *

domenica, 19 agosto 2007
La moglie che dorme

Farrell ha un passato da dimenticare: un padre alcolizzato e violento, una madre che si è consumata sotto i suoi occhi, la perdita dei fratellini affidati ai servizi sociali dopo la morte dei genitori. Quando incontra e sposa Grace, bella, fragile e raffinata, l'illusione del riscatto sembra essere a portata di mano. Ma il conflitto ancora irrisolto con l'autorità paterna, che si riflette nei conflitti con il padre di Grace, la diversa condizione sociale tra i due sposi e i fantasmi del passato da cui non riesce a liberarsi sono ostacoli troppo grandi da superare.


Un romanzo intenso, fatto di emozioni, retto da emozioni. Nasce da conflitti e dolori per crescere nell'amore, ma muore nell'ultima pagina nel medesimo dolore del passato, come non fosse mai scivolato via. Un romanzo che racconta l'amore con strazio, dalla prima pagina all'ultima. Forse un pò troppo "harmony" in alcuni punti, durante l'incontro dei due portagonisti, nel racconto della loro unione. Ma per il resto davvero toccante. Mi ha accalappiato subito e l'ho letto con grande interesse, anche se devo ammettere di aver percepito la conclusione molto prima della fine. Ma credo che lo scopo dell'autrice non fosse il "colpo di scena", bensì accompagnare il lettore nella discesa dell'ossessione amorosa. Con me ci è riuscita in pieno.

 

* a me mi è stato detto da miz alle 23:35 *
* amemi link * commenti * libri *

sabato, 11 agosto 2007
Harry Potter and the Deathly Hollows secondo me

Dopo l'ottimo giudizio di Stefano, mi cimento anch'io. Solo che io non sarò spoier free, per cui, prima di proseguire, vi avviso: È PIENO DI SPOILER. E quando dico pieno, intendo PIENO. Per cui, se volete continuare a leggere, lo fate a vostro rischio e pericolo. Vi do tre righe.



Sicuri? Un’altra riga…

Ok. L’avete voluto. Oppure l’avete letto, anche questo è possibile. Io l’ho letto in vacanza, e l’ho letto con furia. Volevo sapere come andava a finire. C’era questo capitolo, verso la fine, che si intitolava The Prince’s Tale, e sapevo che diceva quello che più mi interessava: diceva se Snape, il mio personaggio preferito, era davvero un traditore o meno. Ieri ho letto in fretta e furia per arrivarci. Credo di aver fatto fuori 200 pagine in un giorno. Del resto, eravamo in navigazione tra San Pietroburgo e Copenhagen, sono 38 ore di viaggio via mare.
Comunque. Bel libro. Forse il migliore della serie. Se la gioca con Il Calice di Fuoco, che dalla sua, per quanto mi riguarda, ha un sacco di draghi e Hogwarts; i Deathly Hollows contano invece su alcune delle cose più belle che J. K. abbia mai scritto. Ma andiamo con ordine.
Pregi. Una storia che tiene per tutto il tempo. Gli ultimi libri della Rowling avevano il difetto di condensare tutta l’azione che contava nelle ultime cento pagine. Il resto aveva un ritmo piuttosto blando. Non in questo settimo capitolo. Il libro è un ferratissimo alternarsi di scene d’azione e momenti riflessivi, in una girandola che ti tiene incollato al libro. Stavolta vale la pena leggere tutto, e lo sviluppo dell’azione, lo svelarsi dei differenti misteri, avviene in modo assai ben dosato. Insomma, il ritmo è quasi perfetto.
Poi la Rowling ha la capacità di darci ciò che non ci attendevamo. Rompe il consueto schema che le ha dato il successo e ci porta fuori da Hogwarts. Stavolta il libro è una quest con tutti i crismi, ma il tema, trito e ritrito per un fantasy, viene portato avanti con originalità. Bellissimo, poi, il senso di quieta malinconia che permea tutto il libro. Rowling sa che siamo alla fine della storia, e si permette assieme al lettore una certa nostalgia. Harry, dal canto suo, sa che nulla sarà più come prima, e ripensa al suo percorso fino a quel momento.
E poi abbiamo dei momenti fantastici, e una profondità nell’analisi di certi sentimenti che finora non avevo mai trovato in un libro di Harry Potter. La morte di Dobby, struggente, bellissima. Harry che scava con la pala la fossa, l’atmosfera di raggelata incredulità in cui quella morte si consuma. E vogliamo parlare di Snape? Del meraviglioso capitolo dedicato alla sua storia? Fantastico. Da lacrime, direi. Signori, la parabola di un eroe, l’unico vero eroe di tutta la saga. Impallidisce persino Dumbledore al confronto. La forza dell’amore nella sua forma più pura e alta, il senso del sacrificio silenzioso, che non vuole nulla in cambio, che si consuma nel disprezzo e nel silenzio. Qui veramente Rowling ha superato se stessa. E Harry che va a morire? Altro pezzo altissimo, misurato, splendido. Poche pagine, ma c’è tutto Harry, tutta la sua storia nel suo camminare da solo verso la morte.
Ma, ma, non mancano i difetti. Innanzitutto, sarà colpa del mio inglese, non ho ben capito l’inghippo per cui Harry non muore al primo Avada Kedavra di Voldemort. La spiegazione di Dumbledore mi è parsa farraginosa e incompleta. Se qualcuno vuole aiutarmi a capire…
Anche i deathly hallows non si capisce chiaramente che ruolo abbiano ai fini della soluzione della trama. Cioè, sono chiaramente al centro del libro, ma alla fine non servono a risolvere la situazione. Probabilmente l’intento era di fare un parallelismo tra Dumbledore e gli Hollows e Voldemort e gli Horcrux: due uomini che desiderano ugualmente il potere, ma che giungono a esiti diversi durante questa loro ricerca. La cosa però non è del tutto riuscita, e alla fine non si capisce esattamente perché Harry dovesse sapere dei deathly hollows, e a che cosa davvero siano serviti.
Comunque, sono difetti secondari rispetto a quello che io ritengo la maggior pecca del libro: le morti. Ci sono un sacco di morti. E fin qui…è una guerra, è giusto, inevitabile. Muoiono però solo personaggi di importanza secondaria. Nel senso: non muore Harry, non muore Ron, non muore Hermione. Muoiono gli altri. Sembra che la Rowling abbia tirato la monetina per decidere chi dovesse lasciarci le penne. Perché le morti sono improvvise e in alcuni casi persino gratuite. Avvengono senza che l’autrice le prepari, alcune sono così sbrigative che sembra che l’autrice volesse semplicemente togliersi di mezzo un po’ di personaggi. E, soprattutto, spesso non hanno conseguenze, non vengono metabolizzate dai personaggi.
Comincia Mad-Eye, che se ne va più o meno in sordina. Lui, comunque, almeno lo piangono. Segue Dobby, l’unica morte davvero riuscita. Poi abbiamo Fred. Anche qui c’è un minimo sindacale di shock da parte dei protagonisti, ma non ci è dato sapere la reazione di Gorge alla morte del fratello, con cui viveva in simbiosi, né come la famiglia Weasly in genere si riprenda dalla cosa. Ma la cosa più assurda è la morte di Lupin e Tonks. Non sappiamo nemmeno come avvenga. Semplicemente, ad un certo punto li troviamo stesi al fianco di Fred. Harry li vede, e semplicemente prende atto della cosa. E basta. È morto l’ultimo amico di suo padre, è morta l’ultima figura paterna che gli era rimasta. Di più, si è sfasciata una famiglia, i due avevano da poco avuto un figlio. Niente. Certo, siamo nel bel mezzo della battaglia di Hogwarts. Non c’è tempo per le trenodie. Però, dannazione, due righe da dedicare ad un personaggio che è stato centrale nel terzo libro…ma anche la morte di Snape tutto sommato passa quasi indolore, e persino la rivelazione del ruolo che ha giocato nell’Ordine sembra non avere conseguenze. Harry non si sente in colpa ad averlo odiato una vita intera, Harry non si dice “cazzo, se son vivo lo devo a Snape”. No. Ovvio. Harry ora pensa che deve morire. Però…Niente, mi resta l’idea che tutte queste morti siano occasioni sprecate. Picchi emozionali che la Rowling ha schivato immotivatamente. Grandi pezzi dell’affresco di Harry Potter che mancano, ed è un peccato.
Non ho provato molta simpatia neppure per il lungo dialogo tra Harry e Dumbledore. A parte l’aspetto paradossale, e per certi versi persino consolatorio, della scena in sé, i due si dicono per la maggior parte del tempo cose che il lettore già sa o già ha capito. E, ripeto, la sopravvivenza di Harry resta un punto oscuro. Un po’ ridicolo persino il duello finale tra Harry e Voldemort.  I due che si girano intorno, il parlarsi per tutto quel tempo, e la fine, tutto sommato da pirla, di Voldemort. Ok, probabilmente la Rowling non voleva che Harry uccidesse nessuno, ma che Voldemort si secchi da solo getta una luce ridicola sul Signore Oscuro, che fin qui era proprio un gran bel cattivo.
Insomma, un libro bello di certo, ma che avrebbe potuto essere anche migliore se la Rowling avesse pigiato l’acceleratore fino in fondo, e si fosse lasciata coinvolgere un po’ di più da alcuni eventi. Sembra invece guardarli dall’alto. Peccato, peccato, peccato. È un bel libro, avrebbe potuto essere grande. Un’otto e mezzo però se lo guadagna tutto.
 

* a me mi è stato detto da licia_t alle 23:17 *
* amemi link * commenti (10) * libri *

giovedì, 09 agosto 2007
Harry Potter and The Deathly Hallows

The last enemy that shall be destroyed is death.

L'Hogwarts Express è arrivato vuoto a King's Cross Station, per non fare più ritorno nel magico mondo che ci incanta e tiene incollati alle pagine da ormai un decennio.  Dopo 606 pagine e 36 capitoli più l'epilogo, ho deciso di cimentarmi in un giudizio. Pertanto, sapendo quanto gli spoiler possano risultare fastidiosi, ho deciso di mantenermi sul generale.

Allora.. Eviterò giri di parole. The Deathly Hallows è ben scritto, e come ogni romanzo della Rowling, è colmo di quelle situazioni esilaranti che tanto hanno contraddistinto la scrittrice inglese dal marasma generale della narrativa, innalzandola a vera regina del linguaggio grazie a idee geniali ed uno stile che lascia il segno. Gli ingredienti segreti ci sono tutti. Suspance, magia e mistero s'intrecciano in un filo narrativo appassionante e vincente in molte situazioni di grande efficacia, contornate da un mondo magico di rara bellezza.
L’autrice è ormai esperta nello spiegare trame che colpiscono ed emozionano, su questo non c’è alcun dubbio. L’esperienza, tuttavia, non le ha comunque impedito di incespicare in dettagli molto approssimativi che finiscono purtroppo con il rovinare la finalità d’intenti che si era prefissata, ovvero concludere nel migliore dei modi la storia. Il risultato degli sforzi creativi della Rowling è quindi, a mio avviso, solo discreto, tanti e tali sono i buchi temporali, le incongruenze e contraddizioni che infestano la trama. In parole povere, c’è troppa carne al fuoco. Il lettore viene trascinato da un capitolo all’altro con una quantità tale di eventi e informazioni da non avere il tempo di assimilarli per bene, neppure durante le pause forse neanche volutamente lunghe tra un episodio e l’altro. Oltre ai tanti piccoli difetti, è proprio la cattiva organizzazione e strutturazione del romanzo a farlo vacillare. Non posso perdermi in approfondimenti perché in tal caso rischierei di far luce su dettagli della trama molto importanti, e non credo sia il caso di guastare la festa a chi il romanzo se lo vuole godere senza anticipazioni. Dico solo che le sensazioni provate durante la lettura sono state molto contrastanti. Da una parte c’era l’esaltazione dettata dal fatto che Harry Potter è pur sempre Harry Potter, a maggior ragione se questo è l’ultimo tassello necessario per comprendere la storia. Il romanzo è molto atteso, e ha creato un notevole hype. Le aspettative sono alle stelle, com’è giusto che sia. D’altra parte però non ho potuto proprio fare a meno di notare le brusche frenate ed accelerazioni della narrazione, che mi hanno indispettito non poco.  Insomma, gli episodi precedenti sono una spanna sopra come idee, struttura e ritmo, ed è un vero peccato che al libro conclusivo sia stata dedicata così poca cura.
Per un capitolo ben scritto ce ne è un’altro che affossa la tensione e allunga il brodo. Ad ogni colpo di scena si contrappone un risvolto che fa storcere il naso. Alcune scelte, poi, le ho trovate semplicemente ridicole e forzate, oltre che mal descritte, ma questo è un mio giudizio soggettivo, e va preso con le pinze. Che sia chiaro, The Deathly Hallows non manca certo di pregi e finezze, anzi. Harry è ormai un uomo adulto, costretto a crescere, maturare e prendere decisioni difficili, in una società magica minata alle fondamenta da una presenza oscura onnipresente. Potrà contare sull’amicizia e l’affetto dei cari quando tutto intorno a lui crolla.
E sarà costretto a sopportare perdite importanti e dolorose, fino alla rese dei conti con Lord Voldemort. Alcuni capitoli come Godric’s Hollow e The Prince’s Tale non mancheranno di affascinarvi e commuovermi per la ricchezza di sfumature e l’inedita profondità dimostrata dal protagonista. Molti vecchi personaggi faranno il loro ritorno, chi con poche parole, chi con ruoli ben più importanti, in un susseguirsi di ricordi e flashback molto ben sviluppati. Ron, Hermione e compagnia bella saranno esattamente come ce li aspettiamo. I legittimi pregi non sono tuttavia sufficienti a bilanciare i difetti, secondo la mia modesta opinione. Il Principe Mezzosangue e L’ordine della Fenice rimangono ancora una volta insuperati. L’ultimo Harry Potter rappresenta quindi un addio definitivo per tutti i suoi fan, un addio che mi ha lasciato l’amaro in bocca e il rammarico di non potervi porre alcun rimedio. Con qualche mese di editing in più e meno voli pindarici, i risultati sarebbero stati senz’altro migliori.

* a me mi è stato detto da StefanoRomagna alle 20:18 *
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