a me mi non si dice ma però


Cosa facciamo qui?

Sicuramente vi starete chiedendo a cosa serva questo blog. La risposta è semplice:
a nulla!
E' solo un blog, no?
Comunque, c'è venuta l'idea di utilizzare questo spazio per parlare bene o male di quello che per diletto o per sfortuna vi è capitato di vedere, di leggere e perchè no, anche di vivere.
Si dia quindi libero sfogo ad una delle attività che riesce meglio a chiunque:
la critica.

Come partecipare

Vi basta soltanto mandare un messaggio privato a grRRiiz o a ninna_r con oggetto AMEMINONSIDICE.
Se vi vedete bene anche nel ruolo di piccoli recensori è meglio.

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a me mi è stato detto
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giovedì, 31 gennaio 2008
SETA

Bene, avevo davvero voglia di sfogarmi un pochettino e sono felice di potermela prendere con Baricco! Nonostante il mio odio per certi “romanzi”, non è l'autore che più di tutti, nel panorama italiano, detesti maggiormente. Però però però...mi potete chiamare “best-seller” un racconto, poiché tale è, così...sciapo?? E' inutile che Baricco nella prefazione lo definisca “storia”, perché quest'ultima necessita sviluppi che debbono essere chiari al lettore. Altrimenti siamo tutti buoni a scrivere una pagina del nostro diario e considerarla storia.

Ma proseguiamo con ordine. Raggiunge a malapena le 120 pagine, lo stile è di una banalità assurda e molte delle pagine si fermano a metà, non sono stampate fino in fondo (evidentemente, è una suddivisione in capitoli piuttosto personale). Io sono d'accordo sulle sperimentazioni letterarie, mi è capitato giusto oggi di leggere interessanti disquisizioni a riguardo sul blog di Cooman, però c'è un enorme differenza tra “sperimentare” e “scrivere per finta”. La trama non è male , vuole narrare un'insolita e muta passione che, di per sè, necessita sicuramente un approfondimento per essere resa credibile e verosimile. Baricco ha la presunzione, invece, di narrarcela in poche pagine e molto spesso sempre le stesse. Mi è venuto il nervoso a leggere come utilizzi le stesse, identiche frasi per descrivere il viaggio dalla Francia al Giappone del protagonista: identiche!
Non un briciolo di inventiva, qualche bella descrizione, anche breve; rimane tutto così impersonale, così freddo, deprimente direi. La scrittura è quasi nervosa, con certi scatti, certe frasi buttate lì; i personaggi prendono vita dinanzi il lettore, ma non si rivelano mai definitivamente. Voi direte: cosa pretendi da una storia che voleva essere breve dal principio? e io vi risponderò: di storie brevi ne ho lette moltissime, molto meglio di questa (vedi: l'orologio di cenere di Aldo Moscatelli! Sarà tremila volte scritto meglio??? E non lo dico solo per amicizia! Oppure Una rosa dal mare di Battaglia, che è riuscito a commuovermi!)
Quello che mi da più fastidio, poi, è navigare sul web e trovare in giro commenti tipo: CAPOLAVORO! quando io nemmeno ho capito il senso della fine!
Ora la sparo grossa e non tanto contro Baricco, che in definitiva pubblica opere anche migliori e culturalmente parlando, molto più utili di altre che si vedono nei banconi delle novità; però mi sembra che gli scrittori italiani si stiano adattando alla massa, e non viceversa. Ne ho parlato moltissimo con Zeruhur, è un argomento che ci sta molto a cuore questo: non è la scrittura che si deve “abbassare alla massa” (come fa Moccia, in fin dei conti!), ma la massa che dovrebbe prendere un libro in mano e cercare di addentrarcisi. Dico questo proprio perché libretti mediocri come “Seta” vengono considerati migliori rispetto a libri assai più belli e completi (sarà che io adoro Moravia, ma vogliamo mettere i suoi racconti con questo o quelli che girano adesso?).

Ma allora... la colpa è dello scrittore, o della massa ignorante? Perché oggi tutti hanno la presunzione di saper e poter scrivere? (e io sono una di questi pazzi, sia chiaro!). Perché si sta capovolgendo il senso della critica? Questo non è un attacco allo scrittore Baricco, ma proprio all'idea di scrittore/scrittura che aleggia tra i lettori italiani. Qualcosa non va. E io penso che questo qualcosa riguardi la perdita dell'oggettività. Un libro può appassionare senza essere brillante, così come un libro brillante può farci innervosire. Questo non vuol dire che si possa affermare che il libro mediocre sia peggiore del libro che ci appassiona, non funziona così! Se un libro è ben scritto e qualitativamente elevato, quello rimane; può non piacere come può lasciare indifferenti, ma il suo stile è oggettivamente riconosciuto. Ecco, i lettori stanno perdendo questa distinzione: se un libro piace, è un capolavoro, se non piace...via con critiche su critiche!
(Esempio: la Rowling è un genio, ma stilisticamente, la Carey la smacca, e manco poco! La Troisi non può gareggiare con la Carey, ma viene considerata migliore di Tolkien(!!!) perché “piace di più”)
Se questa non è perdita di oggettività, io mi arrendo già da subito...

* a me mi è stato detto da Harion alle 14:48 *
* amemi link * commenti * *

lunedì, 28 gennaio 2008
Guerre del Mondo Emerso

Seconda tappa per l'emergente Licia Troisi, che con le sue opere è stata capace di dividere la critica di noi lettori: pro o contro? Quanto di buono c'è nelle sue opere, quanto da buttare via? Non è facile in questa atmosfera di dibattito, esprime un giudizio senza essere criticati dai due fronti. C'è da dire comunque che il salto di qualità da “Cronache”, la Troisi lo ha compiuto ed è opinione unanime che la scrittura non sia il difetto principale della sua produzione (anche se l'incipit di Cronache ancora lo debbo digerire).

Questa nuova trilogia, oltre ad un alone più dark e forse più reale, presenta una prosa davvero asciutta, diretta, ma mai trascurata, anzi: davvero ricca nella sua semplicità. I termini sono ricercati, mai fuori posto, precisi e puntuali. Niente sembra essere fuori posto e il tutto segue un ordine rigido e marziale, comprese le dettagliate descrizioni psicologiche della protagonista.

Partendo dal primo volume, la setta degli assassini, c'è da dire che la storia in se è intrigante, complice anche la buona trovata di alternare presente e passato della protagonista con interi capitoli, spesso in corsivo e narrati al presente, che fanno sentire il lettore uno spettatore reale. Tuttavia, se il primo volume è quello “presentativo” e quindi giustificabile nei suoi numerosissimi rimandi al passato, è proprio dal secondo che la caratterizzazione dei personaggi si fa decisamente forzata. L'avventura sembra avere una brusca frenata, non tanto nelle azioni quanto proprio nelle situazioni, molto particolari e quasi inaspettate, fuori posto con la linea iniziale della narrazione (sarà, ma la storia tra Dubhe e Lonerin mi ha fatto cascare le braccia! Così come il fanatismo di Rekla, troppo poco approfondito e concentrato in troppe poche pagine). Decisamente, il volume che di meno mi ha colpita, come spesso leggo accadere con i volumi di transizione.

La linea dark incarnata da questa continua battaglia tra Dubhe e la Bestia, che ribadisco, è un interessante spunto narrativo, si va pian piano sgretolando con una forzata giustificazione di ogni singola azione della protagonista. Mi spiego: preferisco da sempre romanzi dove siano più le azioni a descrivere i personaggi, rispetto al narratore che lo fa con pedanti descrizioni sulla psiche del personaggio in questione. Forse il problema, specialmente nel terzo volume, sta nel voler a tutti i costi enfatizzare ogni singolo pensiero di Dubhe e del suo conflitto interiore. Se da una parte questo imprime nella mente del lettore la reale situazione di Dubhe, dall'altra rischia anche di soffocarlo nella sua esagerazione, fiaccando la narrazione stessa. Visto che i personaggi non sono pochi, la Troisi cerca di dare a tutti un uguale spessore interiore che, a mio avviso, richiede molte più pagine di quelle concesse.

La storia in se non è affatto una pessima storia, anzi. Ho trovato la trilogia piacevole da leggere, nel suo insieme. Pecca di superficialità per quanto riguarda l'ambientazione, poco approfondita e utilizzata solo in relazione col passato. Purtroppo, per quanto molti la pensino diversamente, è proprio l'ambientazione a volte a tenere su una storia, poiché è anche attraverso di essa che il lettore si muove e si appassiona. Qualsiasi storia si deve allacciare ad un passato che non sia inerente soltanto ai fini narrativi, ma che debba essere come dire, vivo a prescindere da essi. Poi ci saranno storie che, anche senza un' ambientazione ben definita, riescono ad appassionare il lettore ad ogni modo.
Allora però, non si potrà più parlare di “capolavoro”. Questa saga non è un capolavoro così come non lo sono la maggior parte delle produzioni attuali, spinte più per moda che per vero lavoro di world-building.

Quindi io non sono d'accordo con chi considera la Troisi una pessima scrittrice: è una brava scrittrice. Ma non posso non biasimare chi considera le sue opere un capolavoro: siamo ben lontani. Dopo capolavoro non ci sono termini adatti a descrivere nessuna altra opera e mi chiedo: la Carey, Tolkien, la Guin, (che non ho letto ma so quanto sia grande), la Rowling e altri...dove li collochiamo?!?

 

Guerre del mondo Emerso
1) la setta degli assassini (6€ miti mondadori)
2) le due guerriere (6€ miti mondadori)
3) un nuovo regno (17€ edizione rilegata che 17€ non li vale per niente!)

* a me mi è stato detto da Harion alle 15:23 *
* amemi link * commenti (10) * libri *

domenica, 27 gennaio 2008
Kiss Kiss Bang Bang

Ricordo che mi sarebbe piaciuto andare a vederlo al cinema questo film, ma per un motivo o per un altro non fu possibile. Fortunatamente, in occasione di un saccheggio infrasettimanale, mi è capitato di trovarlo tra le offerte dei dvd di mediaworld e l'ho fatto mio.
Oggi pomeriggio quando ho iniziato a vederlo ero un po' scettica, le prime scene non mi sembravano il massimo, ma più andavo avanti più mi rendevo conto che tra il pattume delle offerte scontatissime avevo trovato una perla.
Questo film è straordinario. È un giallo complicatissimo che non si prende sul serio e che, anzi, prende un po' in giro i suoi colleghi del genere.
Un ladro non proprio abilissimo in fuga dalla polizia capita per caso nella stanza dove si sta tenendo un provino per un film e viene reclutato come attore.
Viene portato a Hollywood e tra party, donne e gay si ritrova invischiato in una serie di omicidi.
Il film è ben girato, ha un ritmo notevole, i dialoghi sono spesso brillanti e strappano più di una risata. I protagonisti Robert Downet Jr e Val Kilmer sono perfetti nelle rispettive parti, soprattutto il primo che, come spesso accade fa il piaccione casinista, ma anche Val Kilmer è memorabile nell'interpretare il ruolo del gay.
Una sorpresa davvero gradita.

Titolo originale: Kiss Kiss, Bang Bang
Nazione: U.S.A.
Anno: 2005
Genere: Azione, Commedia, Thriller
Durata: 102'
Regia: Shane Black
Cast: Robert Downey Jr., Val Kilmer, Michelle Monaghan, Corbin Bernsen, Dash Mihok, Larry Miller, Rockmond Dunbar
Produzione: Joel Silver
Distribuzione: Warner Bros

* a me mi è stato detto da Nerebiglie alle 22:07 *
* amemi link * commenti * film *

venerdì, 25 gennaio 2008
gli anni difficili

Juan Olmedo e Sara Gómez sono due vicini di casa in un complesso residenziale a Rota, un paese sulla costa di Cadice. Entrambi vengono da Madrid e si sono lasciati alle spalle un passato di amori contrastati, di sofferenza, che a poco a poco riaffiora. Juan ha vissuto un amore impossibile per la donna che ha sposato suo fratello, e dalla quale ha avuto una figlia. Sara, a sua volta, sottratta bambina ai suoi genitori per essere prima adottata da una famiglia dell'alta borghesia e poi rispedita nella casa natale, in cui è ormai un'estranea, è animata da sentimenti di vendetta, consapevole dell'impossibilità di fuggire al proprio destino. Ma tutto può cambiare.



Parto subito col dire che non mi ha assolutamente entusiasmato. Dalla notorietà della scrittrice mi aspettavo decisamente qualcosa di più. Mi appare, dalle prime pagine, come un mattone. Andando avanti risulta essere la solita storia parallela di due vite tormentate ma all'ordine del giorno. Due vicini di casa, due passati, due avveniri. Amore, disperazione, ricordi, solitudine. Tutto condito da labili colpi di scena e qualche mistero. Niente di che. Sono sincera. Se non fosse che la Grandes scrive divinamente. Ecco che mi sono sentita rapita dal suo discorrere, anche su storie che non mi hanno entusiasmata né catturata. Mai letto una scrittura tanto delicata, passionale, profonda, come quella di Almudena Grandes. Per questo, tutto sommato, posso dare un buon voto al romanzo. Perchè nonostante la storia vacilli e sappia di poco (a mio parere, ovvio) e nonostante le 650 pagine, posso essere contenta di aver letto un'autrice meritevole. Almeno dal punto di vista stilistico. Per questo motivo devo assolutamente leggere "le età di lulù", suo romanzo popolare, per poter avere conferma della sua bravura.

* a me mi è stato detto da miz alle 13:20 *
* amemi link * commenti * libri *

mercoledì, 23 gennaio 2008
lunar park

Lo scrittore maledetto Bret Easton Ellis decide di mettere la testa a posto e di sposare un'attrice famosa, una ex dalla quale ha avuto un figlio non riconosciuto. La famiglia (c'è anche una bambina, figlia di lei) va ad abitare in un elegante sobborgo del New England e Bret insegna scrittura creativa al college. Sembrerebbe una vita normale, finché l'uomo non scopre l'orrore della normalità, dell'"American way of life": psicofarmaci per bambini, griffe, snobismi, nevrosi, adulteri e rivalità. Ma anche lapidi che spuntano nel giardino, cani che impazziscono, giocattoli che si animano... Ellis presenta un romanzo sotto forma di autobiografia semi-immaginaria, venata di caustica ironia.


Non è semplice recensire Ellis. Partendo da molto prima, quando sfornò "american psycho", posso catalogare questo scrittore nella mia lista nera. Ma attenzione! La mia black list non è affollata di nomi esclusivamente negativi nel vero senso della parola. Spiccano autori da considerare come "pericolosi". Capita di rado che leggendo si provino emozioni forti e sconvolgenti. Il romanzo sopra citato mi ha inorridito, nel vero senso della parola, tanto quanto basta per coinvolgermi, affascinarmi e incuriosirmi morbosamente. Come capita sempre, diciamocelo, guardando una notizia di cronaca nera al telegiornale. Restiamo incollati alla tv sperando di carpire maggiori informazioni possibili sull'accaduto, mascherandoci abilmente da contrariato e sconvolto. Ma la notizia è intrigante, ci piace. Ecco, il macabro e l'inconcepibile seme della follia affascina la maggior parte della gente, anche senza rendersene conto. Così Ellis fa parte della schiera di autori capace di tanto. Incollarti alle sue pagine contro la tua volontà. Così dopo anni in cui mi ero ripromessa di non aprire un suo romanzo manco pagata... compro "lunar park". Appare come un'autobiografia un pò bizzarra ma diviene, ai miei occhi e nella mia mente, un lunghissimo trip mentale dello scrittore, che ti prende per mano e ti porta con sé. Scritto molto bene, come la penna di Ellis sa fare (questo non si discute), racconta la sua vita da maledetto. La droga, l'alcol, il concetto di famiglia ridicolizzato ed annientato dai vizi e dalla paura, l'illecito, la follia. Il tutto condito da voglia disperata di normalità. La stessa normalità che Ellis rifiuta costantemente, perchè stare in sospeso, farcito di qualsiasi cosa ti conduca lontano dalla realtà, è la condizione migliore per uno come lui. Il rapporto col figlio, che vuole essere speciale, ma risulta essere solo una pantomima, un genitore che non sa esserlo, un genitore che non sa di esserlo, ancor peggio. La costante lotta per migliorare, per emergere da un tunnel. Ellis spiega con sottili giri di parole e con testimonianze personali (vere? Non lo sapremo mai) come la vita di un'artista, spesso, ha lati oscuri e maledetti, che lo distruggono agli occhi di chi vorrebbe emularlo. Ma è anche vero e assodato che gli esseri tormentati sono coloro che custodiscono genio, estro ed intelligenza che per un pò crea meraviglie (anche se all'apparenza umanamente riprorevoli) ed immancabilmente, mentre le crea, distrugge sé stesso. Funziona quasi sempre così. Per questo voto alto per "lunar park", anche se mi ha amareggiato a livello umano. Perchè nonostante i ricami sicuramente esasperati di una visione distorta di vita, questo è un uomo che si mette a nudo e che non prova vergogna a considerarsi e farsi considerare una merda.

* a me mi è stato detto da miz alle 11:21 *
* amemi link * commenti (1) * libri *

martedì, 22 gennaio 2008
Harry Potter e il delitto di Perugia

Non è il titolo dell'ottavo libro della serie, bensì del resoconto, sconcertante, delle indagini sul famoso (e nauseante) caso che da mesi assilla i nostri telegiornali,  trasformandoli in sottostorie degne del più sfigato scrittore di thriller.
La novità sconcertante arriva dall'attendibilissimo(ironicamente parlando...) programma di Rai2, "Italia sul Due", dove si cerca tuttora (li sento dalla cucina, bleah) di sviscerare tutte le possibili ipotesi al fine di incastrare l'assassino. Ennesimo caso, ennesime vittime. Ma questa volta, a farne la spesa è proprio l'immagine di Harry Potter!
Cosa fa l'uomo quando non trova risposte? Si affida all'alto: o a Dio o al soprannaturale. Ed ecco come il mago più famoso del mondo,dopo Merlino, amato dalla sottoscritta e da milioni di altre persone, viene incriminato come fonte inesauribile di istruzioni per riti wodoo e satanisti, i quali si pensano, siano implicati nell'omicidio! Si, perchè non si trascura nessuna pista e pare che la copia di Harry Potter ritrovata sulla scena del delitto, sia sufficiente ad incriminarlo, quando ci saranno minimo due copie per ogni casa italiana! Stando alle ipotesi di questo simpatico studioso esoterico, in HP ci sarebbero parti collegate alla necromanzia (il simpatico uomo però, non suggerisce né il volume né i capitoli, cosa che mi lascia dubbiosa sulla sua effettiva cultura "potteriana"); il presentatore, come sente l'ipotesi assurda, cerca in tutti i modi di difendere Harry, forse per timore che mezzo mondo si rivolti alla rai, o forse perchè anche lui, come molti, trova l'ipotesi cretina ed inverosimile! Non che non mi abbia incuriosita, anzi, ma una buona ipotesi va sostenuta, non buttata lì a caso, come a tappare i buchi nel sistema investigativo italiano.
Scusate lo sfogo, ma tra la chiesa oscurantista di Ratzinger e la televisione che non fa altro che imbigottire la gente (sapete ora, quante nonne casa&chiesa bruceranno le copie di HP dei nipoti?!), una lettrice può solo sdegnarsi, urlare il suo rancore....e continuare a leggere

OH MIO DIO UNA STREGA!!! AL ROGO, AL ROGO!!


Ah, siete tutti invitati a lasciare uno sdegnoso commento sul mio blog!
una ragazza sdegnata di nome Arianna.

* a me mi è stato detto da Harion alle 14:56 *
* amemi link * commenti (3) * libri *

domenica, 20 gennaio 2008
IT



It è uno di quei libri che incute timore, quando lo vedi ammiccare dallo scaffale di una libreria, e per motivi spesso non correlati ai suoi agghiaccianti contenuti.
La mole non particolarmente esile di ben 1238 pagine, può allontanare i più alla lettura. Se non siete avvezzi al genere horror, poi, scartarlo a priori vi verrebbe quasi spontaneo. Io l'ho terminato, e vi consiglio di non commettere questo errore. Lo dico in tutta franchezza, poichè vi perdereste una delle più belle storie mai scritte.

Il romanzo-fiume di Stephen King, definito all'unanimità come il suo capolavoro, è un'opera complessa, intrigante, che lascia scie di sangue e cuore. Non mi è semplice recensirlo, perchè tante e tali sono le emozioni, le sensazioni e le situazioni, che non credo riuscirei a rendergli la giustizia che merita. Sarebbe come descrivere solo la punta di uno sterminato iceberg. Ad ogni modo, intendo provarci.

Volano, Georgie, eccome se volano...

Derry, una delle tante cittadine del Maine, è un luogo strano. Siamo nel 1958, qualcosa di sbagliato, primordiale e antico come il tempo aleggia tra le sue vie, e non c'è  luogo della zona che si sottragga a quest'influenza. Da Kansas street ai Barren, dal cinema Alladin alla discarica, dai boschi divisi dal Penobscot alla ferriera abbandonata, il male prolifera attraverso vie oscure. Sembra infatti che i bambini facciano gola a un mostro terrificante, che li rapisce, li squarta e li restituisce... in parte.
La vicenda si apre con Georgie, fratello di Bill, uno dei protagonisti, intento a giocare durante un acquazzone. La sua barchetta, la cui carta è protetta da uno strato di paraffina, scorre lungo le fenditure della strada. Corre, solca l'acqua inseguita dal bambino con l'impermeabile giallo, fino a perdersi all'interno di un tombino. E' qui che tutto ha inizio, all'apparenza. Con la comparsa di Pennywise, tra i più geniali e malati personaggi di King. Il diabolico pagliaccio è la dimostrazione perfetta di quanto una figura come un clown, che convenzionalmente è associata al riso, allo scherzo e all'ilarità, se estrapolata dal contesto può tramutarsi in un incubo senza fine. E tale rimarrà fino alla conclusione della storia.
Sette ragazzi, accomunati dal destino, scoprono che tutti gli eventi infausti legati a Derry ruotano attorno a questa misteriosa entità, denominato It da loro stessi. Esso, tradotto dall'inglese, poichè non è chiara la sua reale natura. It incarna il male assoluto, il fulcro stesso di ciò che ci spaventa, e cambia forma. In continuazione. E' diverso, variegato e ti colpisce nel personale, sempre. Una volta è un lupo mannaro, un'altra una mummia, un'altra ancora un uccello gigantesco. It è come l'acqua, si adatta al contenitore che va ad infestare.
E loro malgrado, i protagonisti saranno costretti a stanarlo nelle fogne, il rifugio dove si nasconde e ritorna ogni 27 anni, per ucciderlo. Da qui si sviluppa il cuore del romanzo, che vede questa banda di ragazzi combattere contro Pennywise fino alla resa dei conti, molti anni dopo. Quando il mostro si sveglia e pretende il suo tributo di sangue, quando i ricordi tornano prepotentemente a galla, quando i ragazzi, ormai uomini, dovranno abbandonare le loro vite e fare i conti con un passato che non ha alcuna intenzione di essere archiviato.
In questo romanzo SK da il meglio di sè, è inutile girarci intorno.
Benedetto da una scrittura eccezionale, It è una vera e propria enciclopedia di emozioni, la sinergia perfetta di angoscia, timore e tensione.
Una storia d'amicizia, in primis, dove trovano anche spazio tematiche come l'amore, l'ambizione, la solidarietà e la tolleranza. Non soltanto un horror, quindi, come potrebbe sembrare. E' un manifesto, un affresco della provincia americana  tinteggiato in modo perfetto, senza sbavature. Amerete i protagonisti, ognuno speciale a modo proprio. E arriverete ad amare persino Pennywise, sadico oltre ogni decenza e umana sopportazione. Al termine della lettura vi mancheranno i palloncini, vi mancheranno le voci che chiedono aiuto dallo scarico del lavandino.
Vi mancheranno le numerosissime situazioni che compongono la storia. Ce ne sono davvero tante, e ognuna è frutto del genio disturbato di King. Una su tutte, quella del frigorifero vicino alla discarica, mi ha seriamente inquietato.
It è questo: è Bill tartaglia, il balbuziente che sfreccia su Silver a tutta velocità, ma anche il goffo Ben che scrive poesie a Beverly, è Stan che non ha il coraggio di promettere, o Mike  il negro, o Eddie che non riesce a separarsi dal suo inalatore. It ammalia con gli scorci di Derry, con la cisterna abbandonata, il Canale, gli onnipresenti pon pon arancioni di Pennywise, fino a regalare un mondo intero di passione, di cordoglio, di furore. It è il sangue che vedono solo i bambini, è un album di vecchie fotografie sbiadite che prende vita, è il biglietto per un viaggio allucinato che vale tutti i soldi spesi.
E l'autore cattura, sempre. Anche quando divaga al limite del sopportabile, King ha il dono di rendere interessante, con aneddoti smaliziati e uno stile unico, anche la cosa più banale. Vi scuoterà nel profondo, sviscerando una quantità pazzesca di dettagli, sprazzi unici nella quotidianità dei sette perdenti. Fino all'ultima pagina, quando scoprirete cos'è davvero quest'entità, e si parlerà di pozzi neri e tartarughe. Fatevi un regalo, andate a Derry. Fate scorta di dollari d'argento da fondere, e ricordate: 
Pennywise  vive,  e  ama i  palloncini.

* a me mi è stato detto da StefanoRomagna alle 22:51 *
* amemi link * commenti (4) * libri *

venerdì, 18 gennaio 2008
Il Silmarillion



Casa editice: Bompiani
Edizione: Illustrata
Prezzo: 32,00€ (lo so, ma come li vale tutti...)
Autore: (maestro) JRR TOLKIEN (mi pareva evidente ^^)

Premesso che l'edizione illustrata è uno SPETTACOLO dell' editoria, che Tolkien è il mio maestro di cultura, che capita nel momento giusto della mia vita...vogliate perdonarmi se questa sarà una recensione appassionata!!

Innanzi tutto, cos' è il “il Silmarillion”? Molti lo considerano come l' antefatto del “Signore degli anelli”, e non ci sarebbe nulla di sbagliato se solo la gente si dilungasse di più nelle spiegazioni. Il Silmarillion non è solo questo, ma tutta la Genesi della Terra di Mezzo, degli Dei che la costellano, delle razze che la vivono e delle mille e più bellissime storie che la caratterizzano. Poiché del Signore degli anelli c'è ben poco, se non due paginette a fine libro messe la proprio a collegarli, date retta a me: è un' opera conclusiva e distinta del gran maestro. Dimenticatevi “Lo Hobbit” e il suo seguito, quando vorrete affrontarla!

Il nome deriva dai “Silmaril”, tre gioielli creati da Feanor e maledetti nel loro giuramento, poiché porteranno brama e morte ai loro possessori. E intorno al viaggio dei Silmaril, assistiamo all' evoluzione, alle guerre, alle storie dei personaggi tolkeniani, forse meno famosi rispetto a quelli a cui siamo abituati, ma più vivi e commoventi. Non c'è argomento che Tolkien non tocchi con la sua prosa epica: dalla genesi dei Valar alla ribellione, dall' amore alla guerra, dall' amicizia al fratricidio; sempre rimanendo costante nella beltà e nella perfezione che caratterizzano questo bellissimo “esempio di World-bulding” come lo ha definito Zeruhur, pur non apprezzando particolarmente l'autore.

Molti parlano di plagio, di manipolazione commerciale, e altre calunnie alle quali ho, ahimè partecipato anche io nella mia ignoranza, rivolte proprio al lavoro di Christopher Tolkien. Infatti, sia il Silmarillion, che i Racconti e l'ultima pubblicazione, “I Figli di Hùrin”, sono postumi ed rielaborati dal figlio, con grande impegno e amore. E' evidente come non sia stato lui a scrivere i suddetti testi, e apprezzo davvero il lavoro che C. compie, donando sempre più splendore alle preziose opere di Tolkien, come il Silarillion, una vera propria gemma.

Mi rivolgo a coloro che ritengono Tolkien noioso e pacchiano, rimproverato per la scarsità di sentimenti “amorosi” nei suoi libri: vi invito cortesemente a leggere quest' opera per capire che profondo senso di amore e amicizia accomuna quasi tutti i personaggi. Le storie d'amore più belle credo di averle lette in quest' epica, e sono quelle di “Luthien e Beren”, di “Earendil ed Elwing”, “Niniel e Turambar”, “Morwen e Hùrin” e potrei andare avanti, per anni, a descrivere tutti gli episodi che la rendono speciale, e che per gli amanti del fantasy, e soprattutto delle ambientazioni, è un MUST da seguire! Come la Rowling, Tolkien mi ha insegnato a vedere al di là delle apparenze: ogni nome ha dei riferimenti, magari non diretti, alla mitologia europea, alle lingue correnti (T. ne parlava più di 13); e questa è la Cultura che io cerco in un libro, specie nei fantasy! Una Cultura che tenga il lettore vivo, come hanno fatto 2 grandi autrici, la Bradley e la Carey (per fortuna, lei continua a fare, poiché è viva e vegeta, guai a lei se more!!)e come provo a fare io con HARION.

Le illustrazioni sono bellissime e sono eseguite da Ted Nasmith che, eresia, lo preferisco di molto ad Alan Lee, anche se nel ritrarre i volti dei personaggi a volte lascia un po' a desiderare...Potrei dedicare un post soltsnto ai suoi disegni, e non detto che non lo faro ;)

* a me mi è stato detto da Harion alle 13:18 *
* amemi link * commenti (3) * libri *

martedì, 15 gennaio 2008
I Buddenbrook

Thomas Mann
I Buddenbrook, decadenza di una famiglia
Oscar classici moderni (la consiglio perchè ha una buona traduzione, anche se ogni tanto perdono virgole e lettere!)
8,80€



Nel 1901 viene pubblicato il romanzo che ancora oggi, a distanza di più di un secolo, è considerato il capolavoro di Thomas Mann. Un memoriale di famiglia, una finesta sul mondo borghese della Germania di fine ottocento che andava sempre più disgregandosi; questo ed altro in un romanzo che racchiude in se il devastante incontro del “borghese” con l’universo dell’ “artista”. Ma con ordine, un passo alla volta.
Mann apre il romanzo durante una perfetta riunione di famiglia, quella dei Buddenbrook, appena divenuti padroni dell’antico palazzo sulla Mengstrasse, che porta loro ulteriore stima nella piccola cittadina commerciale della quale sono importanti figure di riferimento. Ogni oggetto è collocato al suo posto, e se di valore, viene sfoggiato senza alcuna malizia (esempio lampante sono i recipienti di sale in oro massiccio); ogni vestito è curato e di seta vaporosa con drappeggi rifiniti e colorati; ed è in quest’ atmosfera di armonia che vengono presentate le tre generazioni dei Buddenbrook che si snoderanno per l’intero romanzo. Quest’armonia parte da Johannes, il virile capofamiglia, e si disintegra del tutto con il giovane e femmineo Hanno. In mezzo, vi è la crisi interiore dei figli, soprattutto di Thomas, padre del giovane. Perché si parla di “crisi”? Da dove comincia? Perché questo “germe artistico” si insinua nella generazione di Tony, Thomas e Christian? Perché sono “deboli”? La risposta balza all’occhio andando avanti nella lettura, con le scelte che i figli faranno in base ai loro doveri verso la “famiglia”. Poiché è intorno ad essa che tutto ruota: dovere e apparenza nel buon nome della Famiglia Buddenbrook. Ed ecco il “si” di Tony alla proposta di matrimonio del signor Grünlich, da lei sempre odiato; ma quale orgoglio più grande potrà mai esistere se non il mettere il proprio nome nell’album di famiglia, accompagnato da un partito potente? Mentre per Thomas, quanto amore potrà mai esserci per Gerda, quando lui stesso scrive alla madre:

<< Io adoro Gerda Arnoldsen con entusiasmo, ma non ho nessuna voglia di scendere in fondo al mio cuore per sapere se e fin dove abbia contribuito a questo entusiasmo la sua dote cospicua […] Io l’amo, ma la mia felicità ed il mio orgoglio sono ancora più grandi per il fatto che, sposandola, conquisto anche un aumento considerevole per la nostra Ditta.>>

 

Ecco che si agisce per la famiglia, ma per essa si fallisce anche (Tony fallirà ben quattro matrimoni, mentre Gerda metterà al mondo l’ultimo dei Buddenbrook, Hanno); e non a caso, l’unico zio, Gotthold, il quale si sposa per amore, fa una brutta fine solitaria e rinnegata. In tutto questo, ruota poi la figura di Christian, il “borghese sviato”, il borghese che si “atteggia” ad artista, che adora l’arte (in questo caso il teatro e le attrici), ma che artista a pieno titolo non lo è. E il suo rapporto con il fratello non può non essere penoso, visto la riluttanza con la quale lo stesso Thomas rifiuta la condizione del fratello (come gli stessi Mann, Heinrich e Thomas, sempre nemici sul piano culturale). Eppure, Thomas è “l’eroe in tensione”, colui che nega anche a se stesso gli impulsi che non vuole assolutamente riconoscere; istinti “artistici”, istinti “non borghesi”, fuori dai rigidi schemi nei quale è abituato a vivere. Eppure sposa Gerda, eccellente violinista e musicista “Wagneriana”, lasciva, non borghese ma libera. Ha una folta capigliatura rossa, e una sanissima dentatura. Sa benissimo che non potrà mai venir apprezzata da una famiglia non musicale come i Buddenbrook, ma la sua posizione sociale le rimedia la tolleranza necessaria per farvi parte senza alcun problema. La sua unione con il borghesissimo, in apparenza, Thomas, da vita all’artista per eccellenza, ad Hanno, il pianista vagamente femmineo che ricorda il Tadzio de “la morte a Venezia”; con la sola differenza che Hanno viene schiacciato dalla sua natura di artista in un mondo borghese che non riconosce, mentre Tadzio, bellezza artistica, porta alla morte Von Aschenbach, il borghese che si lascia pervadere da qualcosa che non potrà combattere se non con la morte. Hanno e Thomas non reagiscono, non hanno la vitalità per reagire se non fingere, indossare la maschera, come nel caso di Thomas, del borghese impegnato nel suo ruolo. Il primo verrò stroncato dalla tisi, mentre il secondo perirà per un ascesso ai denti, banale ma non troppo. Per Mann una sana dentatura è simbolo di sanità ed energia vitale, e non ha caso è un qualità estetica che manca sia a Thomas che al figlio: i denti sono deboli, piccoli e marci.

Si apre dunque il cerchio dei leit-motiv, delle “spie” che caratterizzano l’intera produzione di Mann. Vita, arte, morte…un anello che non può essere spezzato, come quello del ciclo di Wagner, protagonista a suo modo di quasi tutti i romanzi e novelle dell’autore. Non a caso la protagonista del “Tristano” muore dopo l’appassionata esecuzione del secondo atto del “Tristan und Isolde” su insistente richiesta di un ipocrita esteta come Spinell (sarà un caso?).
No, non si può parlare affatto di “casualità” nell’opera di Mann. Tutto si conclude secondo un disegno ben preciso di istinti pagati con la morte, in un mondo dove “essere se stessi” equivale ad indossare la maschera che distruggerà Thomas Buddenbrook e Thomas Mann.

* a me mi è stato detto da Harion alle 12:52 *
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domenica, 06 gennaio 2008
La promessa dell'assassino

 Ieri sono andata al cinema a vedere "La promessa di un assassino" di David Cronenberg, con Viggo Mortensen, Naomi Watts, Vincent Cassel e altri.
Avevo sentito parlar bene del film, sia per la storia in sé che per la scena in cui Viggo lotta con dei sicari brandendo il suo pene in una sauna. Aragorn c'ha il pisello piccolo, fatevene una ragione voi che nei vari giochi di ruolo avete scelto di interpretare un personaggio simile al suo, per calarvi nella parte siate sì affascinanti ma consapevoli delle ridotte dimensioni del vostro… ego.
Ma torniamo al film °.°
Mi ha dato l'impressione di essere un po' povero, sia di pretese che di contenuti veri e propri. Pochi attori, una storia semplice quanto ossessiva, volgarità e scene splatter. Una mezza delusione. Il film è ambientato a Londra, questo lo dico solo a dovere di cronaca, visto che scenografia e fotografia non è che abbiano valorizzato particolarmente la location. Una minorenne russa viene uccisa dalla mafia del suo Paese perché porta in grembo, frutto di uno stupro, il figlio del boss. Che altro dire? Non è che non succeda niente nel film.. è che succedono troppe cose irrilevanti.. si assiste a delle scene chiedendosi "Quand'è che arriva la parte interessante?".
Risposta: "Mai!".

Firmate anche voi la petizione per far sì che gli attori che interpretano ruoli di stranieri vengano doppiati da stranieri trapiantati in Italia, renderebbero certi accenti molto mento ridicoli!

Titolo originale: Eastern Promises
Nazione: U.S.A., Gran Bretagna
Anno: 2008
Genere: Drammatico, Thriller
Durata: 100'
Regia: David Cronenberg
Cast: Naomi Watts, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Armin Mueller-Stahl, Raza Jaffrey, Radoslaw Kaim, Cristina Catalina, Alice Henley, Tamer Hassan, Gergo Danka, Olegar Fedoro
Produzione: Serendipity Point Films, BBC Films, Focus Features, Kudos Film and Television, Scion Films Limited
Distribuzione: Eagle Pictures

* a me mi è stato detto da Nerebiglie alle 19:28 *
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