Sicuramente vi starete chiedendo a cosa serva questo blog. La risposta è semplice:
a nulla!
E' solo un blog, no?
Comunque, c'è venuta l'idea di utilizzare questo spazio per parlare bene o male di quello che per diletto o per sfortuna vi è capitato di vedere, di leggere e perchè no, anche di vivere.
Si dia quindi libero sfogo ad una delle attività che riesce meglio a chiunque:
la critica.
Vi basta soltanto mandare un messaggio privato a grRRiiz o a ninna_r con oggetto AMEMINONSIDICE.
Se vi vedete bene anche nel ruolo di piccoli recensori è meglio.
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a me mi è stato detto
*loading* volte

Il fatto è che mi aspettavo sì un romanzo semplice, ma non tanto basilare! Alla fin fine si è rivelato ancora più esile di quanto immaginassi. La narrativa per ragazzi ha le sue attrattive, come neanche disdegno il romanticismo e le storie d'amore ben sviluppate, eppure niente di ciò è stato sufficiente a farmelo piacere.
Bella Swan, una ragazza 17enne come tante altre, decide di lasciare sua madre e trasferirsi dal padre divorziato che vive a Forks, la località più piovosa degli Stati Uniti. Qui incontra Edward, un ragazzo schivo per il quale prova immediata attrazione. Edward, si scoprirà presto, è in realtà un vampiro, all'apparenza incapace di ricambiare i sentimenti di lei. Attorno a loro scorre la monotona routine scolastica, fatta di pettegolezzi, battibecchi con i professori e il classico ballo di fine anno.
Ecco, la storia è questa, e c'è davvero poco altro da aggiungere. Twilight è una storia d'amore, genuina e scorrevole, ma nelle 400 pagine attraverso le quali i sentimenti dei protagonisti si evolvono, non ho trovato pathos, emozioni, un minimo cenno d'interesse. Sono andato avanti per inerzia, senza motivi importanti. Stereotipata e al limite dell'umana idiozia, Isabella Swann, a dispetto del nome, è la classica ragazzina nè bella nè brutta, nè troppo timida nè estroversa. Legge Jane Austen ed è sempre avanti con il programma della sua nuova classe di Forks, cucina benissimo e guida un pick up. Poi mette un piede fuori casa e proprio non ce la fa a non cadere o mettersi nei guai. Goffa all'occorrenza, una vocina nella mia testa suggeriva di continuare a leggere, ma ormai il danno era stato fatto.
Se i presupposti per farmela risultare antipatica iniziavano, infatti, a intravedersi, l'urticante certezza che Bella mi stesse del tutto sullo stomaco ha messo radici poco dopo, quando appena arrivata a scuola inizia immediatamente ad avere dei pretendenti. Cosa ancora peggiore, è stato impossibile ignorare il continuo sbavare ogni volta che Edward entra nella sua traettoria visiva. L'autrice lo descrive come un bellissimo ragazzo, alto, esile, dalla pelle diafana e gli occhi d'oro, ma non si limita a farlo una sola volta. Gli elogi sperticati al suo aspetto sono continui, poco originali e fastidiosissimi. Invece di porre enfasi sulla profondità della vicenda, ahimè assai parca da questo punto di vista, l'io narrante che è rigorosamente in prima persona indugia sempre sui soliti, banali e ritriti argomenti. La voce calda e suadente, lo sguardo che impietrisce, le labbra da baciare. Alla cinquantesima pagina non ne potevo più, tanto e tale è l'incondizionata bellezza del vampiro.
Questo, almeno dal mio e personale punto di vista maschile, non aiuta affatto a coinvolgere, nonostante Edward sia più riuscito di Bella per alcune cose, meno per altre. Il romanzo viene anche etichettato come horror, non a torto.
Orrore ho provato ogni qual volta la protagonista si soffermava a guardare sognante il suo principe azzuro, orrore ho sentito ogni qual volta apriva bocca. Perchè il punto non è l'amore adolescenziale in sè, così ricco d'emozioni indimenticabili e uniche, ma come viene trattato: in modo banale e superficiale. Gli amici di Bella, poi, Mike e Jessica, sono altrettanto anonimi, monodimensionali. E di nuovo la vocina, continuava a suggerire con un tono di voce leggermente più alto: "forse sei fuori target, è un romanzo per ragazzine, ma dovresti continuare a leggere."
Ho continuato a leggere, perchè non mollo mai un libro a metà, neanche se fa schifo. Vederne la fine aldilà di tutto è una personale battaglia vinta. Ora, Twilight non fa schifo, è solo un tantino sopravvalutato, fa dell'aspettativa il suo cavallo di battaglia, e il chè, agli occhi di un lettore famelico quale io sono, è un'affilatissima arma a doppio taglio. La bilancia questa volta pende verso il negativo, per innumerevoli motivi. Edward, in primis, l'altro protagonista. E' un vampiro, ma non teme la luce del sole nè le croci, va a scuola e si comporta da persona normale in tutto e per tutto. Salta le lezioni solo per nutrirsi, neanche troppo spesso, tra i boschi di Forks. Lui e la sua famiglia sono infatti vampiri buoni, nel senso che hanno rinunciato a cibarsi degli umani in favore degli animali. Se da una parte è lodevole l'intento della Meyer di svecchiare i clichè, d'altra parte il risultato che ne consegue è tutto fuorchè esaltante, e pieno di limiti. Ho rimpianto i classici topoi legati al folclore rumeno. Ed è un vero peccato, perchè Twilight non è da buttare in toto. Spunti interessanti ne ho trovati nella famiglia di Edward, i Cullen. I suoi fratelli hanno tutti poteri unici e peculiari, Alice prevede gli eventi, Jasper sa influenzare gli stati d'animo della gente che lo circonda, lo stesso Edward si muove a velocità fulminea e legge la mente di tutti. Tutti tranne Bella. La svolta thriller verso il concludersi della storia è gradevole e ben congegnata. Anche il finale non è scontato, l'idea di questo amore impossibile tra i protagonisti è carina, in teoria. Questo però a mio avviso non basta per renderlo un bel romanzo, non basta a cancellare lo stile piatto e i dialoghi scontati, non basta a farmi soprassedere sulla grande superficialità di fondo. Mettendola sullo scherzo, non basta neanche l'ipnotica copertinà nè la Meyer stessa, bellissima donna che è la copia para para di Halle Berry, controllate voi stessi. Twilight, in sostanza, non mi ha lasciato nulla se non viva frustrazione per ciò che poteva essere e ciò che in realtà non è, una fiamma alimentata dalla tenerezza dei due, ma che alla resa dei conti è un fuoco di paglia che non decolla. Non è attecchito, nè ho avuto il colpo di fulmine di cui il titolo, a mio avviso molto bello, si fregia. Forse l'errore è stato mio, nel senso che ho deciso di puntare su un genere di romanzo che non fa per me, ma tant'è...
Insomma, non mi è piaciuto e non intendo proseguire con i capitoli successivi.
Ho or ora finito di vedere Il Labirinto del Fauno. Terrorizzata da un commento di una mia amica, che lo definiva violentuccio anzicché no, ho tenuto gli occhi chiusi su almeno tre scene. E comunque, io gli strumenti di tortura non riesco a guardarli neppure in foto. La cosa, però, non mi ha pregiudicato il godimento di una pellicola davvero particolare e coinvolgente.
Innanzitutto, la visione del film mi ha confermata in una cosa che vado dicendo da quattro anni a questa parte: non conta l'originalità dell'idea primaria, conta l'originalità della messa in scena, del punto di vista adottato nel racconto.
Nel film abbiamo a che fare con una principessa di un regno perduto che deve superare tre prove per riuscire a ritornare a casa e al proprio rango. Detta così, è la stessa storia trita e ritrita che ci raccontavano da ragazzini, e che la mitologia di ogni angolo del globo ha già indagato a fondo. Sul fronte del reale, abbiamo il solito racconto di guerra, coi fascisti spietati e una resistenza titanica, nel senso mitologico del termine. No, quel che rende Il Labirinto del Fauno quel gran film che è non è la storia, è l'mmaginario di Del Toro, il suo modo di raccontare, la fotografia e la musica. In una parola, appunto, la messa in scena.
Del Toro torna alla fiaba, quella vera. Non i racconti consolatori ed edulcorati che ci ammanniscono in quest'epoca di Moige, ma le narrazioni grondanti sangue e mistero, violente, primordiali. Avevo un libro di fiabe di varie regioni d'Italia, quando ero bambina. Dentro era zeppo di cattivi che finivano tagliati a pezzi e bolliti nella pece, o di buoni che facevano morti orrende. Le vere fiabe sono queste, perchè il fantastico è oscuro, primordiale, nascosto. Così nel Labirinto: il Fauno è ambiguo, le sue richieste inquietanti, la fata in verità è una specie di orribile cavalletta, il libro delle profezie si tinge del rosso del sangue. Questi sono gli abissi della nostra immaginazione, questa è la fantasia di Ofelia. Ma gli orrori dell'immaginario non sono nulla se paragonati alla barbarie della guerra, al sadismo degli uomini. E neppure l'Uomo Pallido, la creatura in assoluto più straordinaria del film, protagonista di una delle scene più ipnotiche e inquietanti, è anche solo vagamente paragonabile a Vidal, al gelo che promana dalla sua assoluta certezza di essere nel giusto. "Obbedire così, d'istinto, senza chiedersi il perchè, è tipico di gente come lei" gli dice il medico. E infatti alla fine Ofelia non obbedisce, non cede al ricatto del "bene superiore", e all'orrore di un mondo senza alcuna etica preferisce la consolazione della fiaba, il rifugio nella fantasia, un posto in cui persino il più terribile dei mostri lo gabbi grazie ad un gessetto.
La musica e la fotografia sono perfettamente sposate alla materia: il blu del labirinto, il rosso della casa dell'Uomo Pallido, il marrone della tana del rospo. E poi i colori caldi del regno del padre di Ofelia, l'oro di pareti calde e rassicuranti. E questa musica dolce e struggente, che parla di luoghi perduti, di rifugi impossibili, di mondi in cui la fantasia viene brutalizzata dalla violenza del reale.
Sì, la fantasia è vissuta nel film come l'ultimo rifugio di chi non riesce ad accettare il reale. Ma non stiamo parlando di "fuga dalla realtà", così come la intendono i detrattori del fantasy. Qui stiamo parlando di ribellione; quella di Ofelia non è una fuga, è un tentativo di riscrivere il reale con leggi più umane, più giuste, e persino il finale resta aperto sul successo di questa sua operazione: ti resta il dubbio, mentre la ninna nanna diffonde le sue note sui titoli di coda, se il fauno sia davvero mai esistito, o se sia stato solo l'invenzione della mente cupa di una bambina sola.
L'unico appunto sta forse nel modo in cui le due vicende, quella "reale" della Spagna oppressa dal Franchismo e l'odissea di Ofelia che cerca di tornare a casa, vengono accostate. In alcuni punti le due vicende sembrano procedere un po' scollate. A volte Ofelia non basta da sola come collante. Ma è un difetto veramente secondario.
È un bel film, un film struggente, un film che ti ammalia.
Lo ammetto, mi sono documentata poco su questo film, e improvvisa è stata la scelta di andarlo a vedere.
Da quello che sapevo mi aspettavo qualcosa di fantasioso, legato alla poesia, all'immaginazione, invece, questi elementi, soprattutto nella prima parte del film, risentono un po' dell'opprimente realtà in cui si trova costretto il protagonista.
Un uomo di successo, di circa 40 anni, è colpito da un trauma che lo costringe in coma per qualche settimana, al suo risveglio si accorge di essere diventato un vegetale. Non può più muovere niente, a parte i suoi occhi, e l'unica cosa che ancora funziona ed è vigile è il suo cervello.
Inquietante dover subire la vita e le scelte che gli altri prendono per te quando tu, dentro te stesso, vorresti urlare che quello che fanno non ti va bene e vorresti dell'altro.
Il protagonista è ricoverato in un centro di riabilitazione in cui, poco per volta, impara a comunicare attraverso il battito delle ciglia. È attraverso questo meccanismo che, per cercare un compromesso con tra la morte che vorrebbe e la vita che deve affrontare, con l'aiuto di una donna inizia a scrivere un libro sulla sua storia.
Molto particolari le riprese effettuate dal regista che costringono lo spettatore, spesso, a indossare i panni del protagonista, ci si ritrova quindi limitati nell'agire e nell'osservare.
Splendide le attrici che hanno partecipato al film, e azzeccata la scelta del protagonista incredibilmente credibile nel ruolo.
Titolo originale: Le scaphandre et le papillon
Nazione: Francia, U.S.A.
Anno: 2007
Genere: Drammatico
Durata: 112'
Regia: Julian Schnabel
Cast: Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Marie-Josée Croze, Hiam Abbass, Niels Arestrup, Fiorella Campanella, Jean-Pierre Cassel, Emma de Caunes, Max von Sydow
Produzione: Pathé Renn Productions, The Kennedy/Marshall Company
Distribuzione: BIM


Il primo tomo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco inizia con questa semplice premessa, e regala un mondo di stupefacente bellezza.
Questo ho provato, al termine della lettura dei due libri che compongono A game of Thrones, di George R. R. Martin. Dopo 800 pagine di emozioni, avventure, colpi di scena, mi è sorta spontanea la domanda: come ho potuto farne a meno?
Le enormi aspettative che avevo accumulato nel tempo sono state ampiamente soddisfatte. E' difficile spiegare la grandezza di quest'opera, bisogna leggerla per capirlo. Bisogna viverla, tra una cavalcata sulla piana del Tridente e una visita alla Fortezza Rossa. E' una storia di famiglie, in primo luogo. Le casate dei regni sono in tumulto, fragile è l'equilibrio che le mantiene unite. Da una parte vi sono gli Stark, i fieri discendenti dei Primi Uomini, dall'altra i vili Lannister di Castel Granito. Nord contro Sud, fierezza contro ricchezza. I primi hanno infatti spodestato, con l'aiuto dei secondi, la dinastia Targaryen dei draghi, che per secoli aveva detenuto il potere sul trono di spade. I discendenti, Vyserie e Danaerys vivono da esiliati oltre l'oceano, in attesa di riprendersi ciò che spetta loro di diritto.
A game of Thrones è quindi uno scontro tra civiltà, così simili eppure lontane nei comportamenti, nelle vedute.
E' una continua carrellata di personaggi indimenticabili che fanno da sfondo a una vicenda epica come da tempo non mi capitava di leggere. A decine animano la vicenda, tutti diversi e allo stesso tempo avvincenti. Impossibile non affezionarsi ad Arya la selvaggia, Bran l'arrampicatore, oppure a Jon Snow, alla piccola Sansa, così altezzosa, dolce, idealista. E' l'amore che guida quest'ultima e l'amore per il quale perderà tutto. Senza contare i Metalupi, animali più scaltri e intelligenti di quanto si possa immaginare. Ma non si possono neanche tralasciare gli adulti: Ned Stark, il primo cavaliere del Re, sua moglie Catelyn e l'insopportabile sorella, Lady Lysa Arryn da una parte, gli algidi Lannister dall'altra, capeggiati dalla viscida regina Cersei, a cui seguono a ruota il suo fratello gemello Jaime lo sterminatore di re e Tyrion il folletto. Dulcis in fundo, colma di risentimento, troviamo Daenerys la figlia dei draghi, il cui fuoco brucia, costretta a unirsi al barbaro Dhrogo.
Difficile sceglierne uno preferito, arduo è nondimeno non lasciarsi condizionare dagli intrighi che sapranno tessere nell'ombra, per il solo scopo di acquistare potere. Martin ha il dono di infondere loro la vita. Prenderanno forma, pagina dopo pagina, con disarmante realismo, tra dialoghi serrati, alleanze nascoste e tresche incestuose. Realismo è la parola d'ordine, in ogni campo della storia. Dal linguaggio alla psiche, dalle crude battaglie alle evocative descrizioni, dagli usi e costumi dei Dothraki alle rigide norme dei Guardiani della Notte, l'intera landa dei sette regni si dispiegherà ai vostri occhi. Fino al finale del Grande Inverno che arriva con allarmante velocità, tra i più belli mai scritti. Un'epopea fatta di grandi gesta, dove valori quali l'onore e la dignità si vanno a scontrare contro la corruzione, la tirannia, il male incarnato nelle spade. Dove la potenza di una casa reale alberga negli stemmi delle bandiere, tra i merli dei castelli e trova la pace nel giardino degli Dei, sotto i rami dell'albero-cuore. Non avrete certezza alcuna, tanta e tale è la bravura dell'autore nel dispiegare i tranelli. Per un personaggio che nasce, un altro non vedrà il tramonto, per ogni battaglia vinta, una nuova guerra nascerà dal nulla. A game of Thrones è un intarsio di vite e destini legati l'uno all'altro, è una girandola di eventi più grande degli stessi protagonisti, è una pregevole opera d'arte.
Un mondo pulsante, la cui ricchezza è stata appena scalfita. In un sol colpo Martin decapita Tolkien, lancia Brooks giù da un dirupo e sale sul mio personalissimo trono di spade quale migliore scrittore fantasy in assoluto. Dopo morti violente e infimi tradimenti, l'unico vero delitto sarebbe non leggerlo.
L'arte delle donne, una mostra caratterizzata da dipinti di donne, ma non solo, realizzati da altre donne.
Tutto il mondo è paese, e spesso questa regola è valida per le cose negative che ci colpiscono, infatti, come spesso accade a Genova, anche a Milano, con la mostra in oggetto, il pubblico è stato attirato con nomi altisonanti e locandine importanti, salvo poi trovare solo pochissime (per non dire Una) opera dell'artista reclamizzata.
Fortuna vuole che, almeno in questa mostra e almeno per quanto mi riguarda, il livello delle artiste esposte fosse talmente buono da consentire al pubblico la scoperta di perle meno note.
È questo il caso di Jean Mammen e il suo "Giovane uomo con scarpina", dell'eccezionale Leonora Carrington con i suoi "I fasti del sottosuolo" e "Le zitelle" quadri veramente splendidi e geniali, sensualissimo "La prova" di Carla Maria Maggi, particolarissima la "Salome" di Emma Bonazzi, impareggiabile "La venere triste" di Romaine Brooks.
Tra le artiste più conosciute non posso fare a meno di citare Tamara De Lempicka, una pittrice che amo profondamente e che da ieri amo ancora di più dopo aver visto la sua "Madonna", una straordinaria opera d'arte che da sola vale tutta la mostra.
L'esposizione, dal punto di vista tecnico (scelta delle luci, informazioni, bookshop) non è particolarmente curata, anzi, direi affatto curata, ma la buona quantità di opere esposte e la loro qualità, come già detto sopra, non fanno rimpiangere i 9euro spesi per il biglietto d'ingresso.
Sede della Mostra:
Palazzo Reale - Milano
Dal 04.12.2007 al 06.04.2008
Costo: intero € 9,00 - ridotto € 7,00
Orari: lunedì dalle 14:30 alle 19:30; martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica dalle 9:30 alle 19:30; giovedì dalle 9:30 alle 22:30

Di Richard Matheson e il suo libro-capolavoro, Io sono Leggenda, avevo già sentito parlare ben prima che le major hollywodiane si decidessero a farci anche un film. Tuttavia, la pubblicità martellante ha contribuito a farmelo leggere solo adesso.
E una volta tanto, udite udite, mi sento pure di ringraziarla, la pubblicità. In caso contrario avrei perso molte emozioni e spunti di riflessione.
Io sono Leggenda è infatti un piccolo gioiello. Robert Neville, biologo di talento, si ritrova, dopo una non precisata apocalisse dovuta a un virus incurabile, l'ultimo uomo sulla faccia della terra. Ultimo nel senso che è l'unico a disporre delle "civili" capacità cognitive e di raziocinio. Milioni di vite sono passate al Creatore, mentre la restante, enorme percentuale si è ridotta a esseri misteriosi, cattivi, affamati. Reietti, oserei dire. La storia non gira intorno alla questione, ci si butta proprio a capofitto. Si parla di vampiri, croci, aglio, persone guidate dal puro istinto del sangue, dello sfamarsi. Come nella migliore tradizione, abbondano gli stereotipi, i richiami all'occulto.
La differenza tra Stoker e Matheson è però rilevante, poichè è un virus ad aver causato la mortale epidemia e di conseguenza il contagio dell'intera popolazione mondiale. I vampiri vengono quindi studiati con un approccio scientifico molto curioso, peculiare e inedito, senza nessuna contaminazione folckloristica. Non avendo le basi per contestare tale visione, posso quindi ritenermi piacevolmente sorpreso dagli esperimenti dell'autore. Esperimenti che saranno anche del protagonista, disperato eppure determinato nel trovare una cura adatta. Un uomo ridotto a relitto, perso tra l'alcool e l'ascolto di buona musica classica, barricato in casa mentre loro, quando cala la notte, regnano incontrastati. Io sono Leggenda è un romanzo breve che si legge in un soffio, un sospiro, lo stesso che tirerete ogni qual volta la situazione lo richiederà. Non è un horror puro, nè si può parlare di fantascienza. E' semplicemente una storia che fa dell'introspezione personale il suo cavallo di battaglia, della solitudine un valido mezzo per riflettere. Un libricino a cui mostri sacri come Stephen King e John Romero devono la massima gratitudine, tale e tanta è la portata dell'opera.
E' una lotta estrema, continua, per la sopravvivenza che si gioca nei sobborghi di Los Angelese. Ogni mezzo è lecito, ogni ora, giorno, tramonto guadagnato ha la sua importanza, il suo peso rilevante. Ogni paletto deve trovare il suo cuore, liberare anime che non hanno scelto un destino tanto amaro. Fino al finale da cardiopalma, che spiazza e conferma quanto Matheson sia geniale, lungimirante, e saprete cos'è davvero la Leggenda.
Raramente mi era capitato di leggere un tale e repentino cambiamento prospettico.

William Shakespeare, Romeo and Juliet
Per la peculiarità dei contenuti, si capirà immediatamente che tale messaggio non è frutto di fenomeni naturali, ma una vera e propria prova che la vita al di fuori della Terra esiste, e bussa alla nostra porta. Questo è, in poche e semplici parole, l'antefatto di un romanzo straordinario. Il messaggio è solo l'inizio di un proficuo scambio d'informazioni che permetteranno la costruzione di una macchina dai poteri sconosciuti. Un affresco cosmico, quindi, che cambierà per sempre e sotto tutti i punti di vista il mondo come lo conosciamo. Una lettura bellissima e piena di sentimento, che al pari del lungometraggio sconvolge, commuove, appassiona. Una verità primordiale, capace di sovvertire la fede, la ragione, e che tanto quanto Ellie, lascia il lettore estasiato di fronte a tutti quei dubbi che finalmente trovano una seppur minima spiegazione.
L'autore e astronomo, il compianto Carl Sagan, tocca la vera essenza umana innumerevoli volte, tra una scalata al potere, lo scetticismo dei più e la meravigliosa vertigine di Vega, fino a portarci al centro della galassia, in un silenzio tra le stelle che non è più tale. Questo, a mio avviso, è il vero reale Contatto tra mente e cuore, un frammento di quanto rari, preziosi e soli noi tutti siamo di fronte all'immensità dell'universo, e quindi motivo sufficiente per non perdersi questo libro. Toccante, ogni più rosea previsione, anche se, ripeto, il film è ancora meglio.
Irène era di origine russa, nata a Kiev l'11 Febbraio del 1903. Le sue origini ebree saranno la sua rovina, la sua morte, avvenuta nel campo di sterminio ad Auschwitz nel 1942, seguita dal marito a pochi mesi di distanza e con due figlie piccole in fuga da una stremante caccia nazista. Sarà proprio questa fuga che salverà, oltre la vita delle due bambine, anche il manoscritto che verrà stampato più di cinquant'anni dopo e che viene considerato il suo capolavoro assoluto, nonostante la sua incompiutezza. Mio Dio cosa mi combina questo paese? Dal momento che mi respinge, osserviamolo freddamente, guardiamolo mentre perde l'onore e la vita. Non le verrà mai concessa la nazionalità francese, e i numerosi tentativi da parte degli editori e amici influenti di poterle in qualche modo evitare l'arresto, risulteranno fallimentari. E' proprio in questa atmosfera di crisi e disperazione che Irène scrive e tenta di finire “Suite Francese”. Nato come un progetto in cinque parti (e non volumi, come scrive l'autrice a riguardo: “Non ci sarà il rischio che da un libro all'altro ci si dimentichi dei personaggi? E' appunto per evitare questo che vorrei fare non un'opera in diversi volumi ma un grosso volume di 1000 pagine”), ne vedranno la luce meno della metà, ovvero i due primi volumi intitolati “Tempesta di Giugno” e “Dolce”. Il primo, e a mio avviso forse il più coinvolgente e dinamico, presenta quasi cinematograficamente una serie di personaggi (“la mia idea è che la vicenda si svolga come un film, ma di tanto in tanto la tentazione di far conoscere il mio punto di vista personale è forte”). Sono per lo più uomini ricchi, nobili, d'affari, scrittori attaccati alla materialità, veri francesi che si scontrano con ciò che gli è inferiore, ovvero la massa, il popolo, e che sembrano amalgamarsi con loro per un brevissimo periodo, quello dell'esodo di Parigi assediata dalle bombe. Ce n’est pas la première fois, certes, qu’elle pense à son oeuvre en termes de création musicale [..] Quant à la série des Tempêtes, elle voudrait lui donner une forme sonate ou bien l’aspect d’une symphonie en quatre mouvements; lent, suivi d’une fugue ; allegro dans un ton autre mais voisin ; adagio et, pour terminer une série de danses rapides. Soit quatre livres, dont trois en chantier. Une symphonie cyclique, toute la difficulté consistant à relier les parties par un thème commun ou des leitmotive.
Nessun dubbio mi colse mesi fa nell'acquistare un libro che il passaparola della blogsfera mi aveva consigliato con la sua miriade di recensioni e immagini della copertina (Tralaltro molto bella, rimanda a certi film degli anni trenta stile “arco di trionfo”).
Ed eccomi qui, a distanza di un giorno dalla parola “fine”, una parola non imposta dall'autrice ma dal suo avverso destino, a riflettere sulla bellezza e sulla profondità di un'opera e della sua scrittura che difficilmente riuscirò a scrollarmi di dosso.
Irène ci presenta come la Francia reagisce e subisce l'invasione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale con occhio vigile, attento, cinico ed ironico, eppure mai freddo o distaccato completamente come ci si potrebbe aspettare da una scrittrice che, da una nazione alla quale ha donato tutto, non è riuscita ad ottenere un minimo aiuto alla disperata richiesta di salvezza.
Il tutto poi sembra ricollegarsi perfettamente con “Dolce” e con l'egoismo di una classe incarnato nella figura della contessa di Montmort (“il mondo sembra sempre più diviso tra chi possiede qualcosa e chi è nullatentente. I primi non vogliono mollare niente, i secondi vogliono prendere tutto. Chi l'avrà vinta?”).
Ma “Suite Francese” non è, né sarebbe stato solo questo. Come gli appunti della N. ci lasciano intendere, sarebbe diventato una storia epica, umana, vera come in effetti è “dolce”, con la sofferta e quasi soffocante relazione, mai compiuta “fisicamente”, tra Lucile e il tenente tedesco che del “nemico” tanto odiato, non possiede quasi nulla. Parla un corretto francese, ama la musica, ama discutere sulla letteratura e soprattutto, ama Lucile di un amore che non è concepibile per “i vinti” che di fronte all'invasore, non possono reagire che con false moine.
E qui si fondono i sentimenti individuali con i sentimenti “Nazionali”; l'individuo in sé contro ciò che giace sopra e che non rientra nelle sue decisioni, nel suo potere di suddito, di spettatore passivo. Purtroppo lo spettacolo crudo al quale ha involontariamente pagato il biglietto, è la Guerra. Non la Guerra materiale, di trincea; non la Guerra politica, no. La N. non affronta apertamente il tema centrale, lo sfondo nero del romanzo, se non attraverso le azioni e le vicissitudini dei suoi protagonisti, amati o odiati che siano. Il tutto, strutturato secondo una sinfonia così perfetta che vede unirsi scrittura e musica, come scrive Lina Zecchi in questo articolo (scaricabile per tutti a questo link in formato pdf):
Nel primo schema del suo romanzo incompiuto, Némirovsky pensa a una struttura tripartita (Tempête, Dolce, Captivité). Il titolo Suite non a caso fa pensare a Johann Sebastian Bach:
Sotto la sua penna, abbondano come indicazioni di stesura riferimenti al tempo nel senso di struttura musicale: parti orchestrali (scene di massa, movimenti collettivi) e parti singole (arie solistiche più o meno virtuosistiche). Il tempo storico, ai suoi occhi di esiliata che contempla il convulso precipitare degli eventi contemporanei senza potervi giocare nessun ruolo attivo, non è però eliminato, ma solo trasfigurato: la sua tortura quotidiana è di non poter vivere l’attualità se non da individuo già cancellato, diventato invisibile o superfluo, confinato in un limbo che prelude alla sua sparizione (arresto, tortura, internamento, sterminio) o a un impensabile dopo (la fine della guerra e delle persecuzioni, di cui non riesce a immaginare nessun possibile schema rassicurante o catartico).
Una musica, quella di Irène, che ha dovuto attendere sessant'anni per essere ascoltata in tutta la sua maestosità, e che per qualche miracolo racchiuso in una valigetta, ci è giunta più limpida che mai.
Spero di poter riparlare di questa grande autrice, graffiante, pungente ma anche molto dolce, e di poterne parlare ancora meglio e ancor più “dottamente”.
Sono incuriosito e lo sono dal giorno prima, quando ho dato un occhiata al blog della suddetta.
Giovanissima, laureata in astrofisica, pubblicata all'esordio dalla Mondadori e, soprattutto, in possesso di un Macbook nero, uguale al mio.
Insomma direi che c'erano tutti i presupposti per risvegliare la curiosità di un vecchio lettore appassionato di fantasy, desolatamente convinto che in Italia non esistessero, in tal genere, validi autori.
Ed ora scopro il volume della trilogia delle Cronache del Mondo Emerso in bella vista, al centro della sezione libri per ragazzi, con il volto di una ragazzina in copertina; che dire, le speranze di aver trovato un buon libro calano vertiginosamente.
Vabbè, ormai ci sono, quindi lo compro assieme ai primi due libri della trilogia successiva, mal che vada li regalerò alle mie nipoti.
Arrivo a casa e metto i libri in cima alla pila da leggere, ma ormai sono sfiduciato e, dopo un attimo meditativo, li sposto sotto agli ultimi due della Hamilton. Anita Blake è una certezza, invece 'sta ragazza con gli occhi viola chissà che tipo è, boh.
La Cacciatrice non mi delude e così giunge il momento di leggere 'sto fantasy italiano, sperando che sia almeno al livello delle opere della Redivo o di Trugenberger.
Prendo in mano il libro e noto che ha quasi lo stesso spessore del Signore degli Anelli, brutto segno, figuriamo se un'esordiente “regge” oltre 1200 pagine senza “allungare il brodo”.
Pazienza, sono un lettore piuttosto veloce e non farò comunque fatica a leggere il tomo, ovviamente niente riletture, quella la riservo solo per le opere che mi piacciono.
Vediamo intanto come si intitolano i libri che compongono 'sta trilogia, dunque, ma guarda un po', Nihal della Terra del vento, questo titolo mi sembra già di averlo sentito.
Aspetta un momento, ci sono, mi ricorda un'opera di Miyazaki, un manga che mi è molto piaciuto.
Interpreto la cosa in maniera benaugurante, a me i manga piacciono moltissimo, soprattutto il capolavoro di Miura: Berserk.
E pensando al guerriero nero mi pare di ricordare che l'autrice ha un ipod che chiama Gatsu, fantastico, inizio a leggere moderatamente speranzoso.
L'incipit mi affascina: una ragazzina dai lunghi capelli che si muovono nel vento, in cima ad una torre.
Leggo velocemente, sempre più stupito, sempre più “catturato” da una scrittura essenziale, precisa, che non affatica minimamente, scorrevolissima.
Finisco il libro e le prime due cose che mi vengono in mente sono: “dannatamente epico” e “ 'sto libro è impossibile che lo abbia scritto una ragazzina ”.
Insomma avrete ormai sicuramente capito che il libro mi è piaciuto molto, e tanto dovrebbe bastare in una recensione.
Però capisco che chi si è avventurosamente lanciato nella lettura di questo mio post si trovi ora, come dire, leggermente pensoso. Mi figuro che stia rimuginando frasi del tipo:”Ma che accidenti ha scritto 'ste cose a fare. Ma guarda tu che tipo, ci racconta un paio di storielle personali e la spaccia per una recensione.”.
Allora, se la pensate così, mi sento in dovere di aggiungere qualche parola.
Per gli amanti degli inutili generi e sottogeneri posso dire che le Cronache non si collocano certamente nell' high-fantasy e nemmeno si tratta di sword & sorcery.
Diciamo anche che l'autrice non è una “creatrice di mondi”, ovvero non si cura troppo di descrivere attentamente il suo universo fantasy. All'inizio della trilogia troviamo la canonica mappa e nello svolgersi della storia non assistiamo a macroscopiche contraddizioni, ma la scrittrice si limita a svolgere bene il compitino, senza infamia e senza lode.
Le razze sono al minimo sindacale però qualche tocco originale lo troviamo, non tanto nei fammin ma bensì nell' idea di usare figure mitologiche “classiche” come le ninfe, oppure nell'utilizzare uno gnomo per dar vita ad uno dei personaggi fondamentali del Mondo Emerso, ed aggiungiamo anche il folletto Phos anche se ispirato da un manga.
Non troviamo nemmeno un tripudio di animali ed esseri più o meno fantastici.
Ci sono i draghi, animali possenti e feroci, privi però della grande intelligenza che normalmente li contraddistingue. Anche la magia ed il suo utilizzo sono linearmente semplici: ce ne sono di due tipi di cui uno “proibito”, si devono imparare formule per poterla usare ed il suo uso sottrae forza al mago.
Quindi per ora direi che tutto è nella più assoluta normalità, ma allora, direte voi, perchè cavolo gli è piaciuto 'sto libro ? E mo' ci arrivo.
Innanzitutto vi dico che mi è piaciuto il suo ”linguaggio”.
Prima di leggere la Troisi non avrei mai creduto che si potesse scrivere un fantasy in italiano, con la tipica “asciuttezza” della lingua inglese. Invece ecco qua una scrittura senza inutili orpelli, che non utilizza un lessico “eccessivo”, priva di ridondanze, esente da qualunque prolissità.
La pagina scritta è al completo servizio della storia e pare scomparire dietro ad essa, leggo e la lettura mi porta all' interno di un mondo, faccia a faccia con un personaggio, una situazione, un pensiero.
E temo che sulla scrittura siano “caduti” non pochi critici che non hanno apprezzato la trilogia, talmente impegnati ad osservare le “pennellate” non hanno visto l'affresco.
Parliamo ora della “storia” o, per meglio dire, del contenuto, visto che della forma già ho detto.
L'opera presenta diversi “livelli” di lettura.
Può semplicemente essere letta come un gradevole fantasy per ragazzi che ci narra la formazione di una giovane mezzelfa che, attraverso un classico percorso, acquista consapevolezza di se e dell'amore. Una lettura destinata ai giovanissimi, semplice ed elementare.
Salendo di un livello notiamo il conflitto tra l'uomo e la natura, tra il normale ed il diverso, in un netto parallelismo con il mondo reale.
Assistiamo così alla diffidenza dell' uomo nei confronti delle ninfe, al disprezzo ed alla caccia ai folletti, all'odio cieco verso i fammin. La stessa protagonista è conscia della sua diversità, di razza e di sentire. E vediamo che anche qui il “cattivo” plasma la natura per asservirla, creando mostri simili ai troll ed agli orchetti, utilizzando “draghi neri” ed arrivando a violare la stessa morte.
Si coglie così una netta critica verso la nostra società moderna che tenta di asservire od eliminare le forze naturali, sostituendole a poco a poco con un arida tecnologia, una tecnologia che prevarica ed annienta, “proibita” come la magia del Tiranno.
Ma la natura è comunque destinata a vincere ed avrà l'ultima parola, simboleggiata dal Padre della Foresta.
Il terzo livello ci parla invece della eterna lotta tra il bene ed il male, descrivendocela in maniera low-fantasy, senza una netta distinzione, presentandoci personaggi che non si possono definire totalmente “schierati”. Nihal è dominata dalla sete di vendetta, prova gusto nella battaglia, Ido ha cambiato schieramento vivendo una profonda crisi di coscienza, lo stesso Tiranno non può essere definito semplicemente “un malvagio”, i fammin non sono creature interamente dedite al male.
Ed è a questo livello che possiamo gustare i duelli e le battaglie presenti nella trilogia, a mio avviso un punto di forza della scrittrice. Apro una breve parentesi per dirvi che, nonostante la mancanza di scene “crude” e della descrizione di reali effetti di una lotta con armi bianche, ho trovato i duelli e le scene di guerra molto coinvolgenti e godibili, più di quelli di un noto scrittore che aveva avuto un'esperienza diretta nelle trincee della prima guerra mondiale.
Ma vengo ora al quarto livello, quello che mi ha fatto mentalmente esclamare: “ 'sto libro è impossibile che lo abbia scritto una ragazzina ”.
Si tratta del livello epico, le Cronache sono una delle opere più epiche che io abbia mai letto.
Intendiamoci intanto sul significato che do alla parola: per me l'epica è la rappresentazione della fede e delle aspirazioni degli uomini; un significato più o meno simile a quello che dà la wiki.
E cosa ricerca l'uomo? A cosa crede? Qual'è il reale conflitto descritto in un opera epica?
Abbiamo certamente la risposta a queste domande se leggiamo l'Iliade ma anche, fatte le debite proporzioni, se leggiamo le Cronache.
L' uomo combatte per avere il libero arbitrio, per sconfiggere un fato che reca con sé il dolore e la disperazione. L'eroe è colui che viene travolto dall' ira, sia essa fredda o divampante, che viene pervaso da una furia indomabile che lo porta a combattere anche quando la sconfitta sembra certa, anche quando può vincere solo incontrando la morte. Un libero arbitrio che si afferma proprio nel momento in cui il fato sembra prevalere, che si appropria di una delle armi più potenti del destino : la morte.
Nihal che si abbandona alla furia della battaglia, che lotta contro il Tiranno contro ogni ragionevolezza, che utilizza la possente forza dell'odio.
Sennar che al contrario usa l'altra faccia della moneta, l'amore che nutre per Nihal e per le Terre Emerse.
Ido, spinto dal ricordo del suo passato, animato dal desiderio del riscatto e dal voler sopraffare il suo antico padrone.
E sopra tutti Aster, il Tiranno, il personaggio più epico di tutta la trilogia.
Lui solo ha capito che la vittoria è nella sconfitta, vincere non significa proteggere la vita ma, al contrario, annientarla. Il libero arbitrio sconfigge definitivamente il fato nel momento stesso in cui si distrugge ogni possibilità di futuro.
Ma la sua fredda logica, la sua grande razionalità, sarà vinta da un semplice, “howardiano” gesto di Nihal che lo trafigge.
Bene, per ora termino qui la prima parte della mia recensione con alcune precisazioni.
Non considero le Cronache un capolavoro ma penso siano un opera innovativa, scritta molto bene seppur con qualche calo di stile e contraddizione, mi spiegherò meglio nella seconda parte dove farò anche alcuni paragoni con i manga giapponesi.
Considero invece Licia Troisi un'ottima scrittrice, parecchio in crescita, come dimostrano i suoi libri successivi, ma questa è un'altra storia.
Come lo è la successiva scoperta di altri autori italiani, molto bravi, e che io avevo fino a poco tempo fa colpevolmente ignorato.
Ieri sera sono andata a vedere Cloverfield. Ormai credo andrei avere anche la lista della spesa di J. J. Abrams. Forse farei anche bene.
Permettetemi prima di levare il mio grido contro chi va a cinema senza avere la più pallida idea di ciò che si appresta a vedere; ieri sera era un tripudio di commenti inutili, gente che si alzava a metà film per lasciare la sala, sbuffamenti di chi non stava apprezzando. Allora. Guardatevi i trailer prima di scegliere di andare a vedere un film. Altrimenti, abbiate almeno la decenza di non rompere le palle a chi riesce a sopportare 86 minuti di camera a mano senza vomitare. Grazie.
Detto questo, passiamo al film. Non mi viene altro da dire che: figo! Cioè, figo davvero! I trailer mi avevano già ingolosita, e sapevo cosa attendermi. Devo dire che il risultato finale va quasi oltre le mie aspettative.
La trama in due parole; a Manhattan si tiene la festa di Rob, che parte per andare a lavorare in Giappone. Nel suo fighissimo loft inzeppato di fighetti e con la musica a palla conosciamo il fratello cazzone, la di lui fidanzata rompiscatole, il migliore amico scemo, l'amica/amante perfettina e l'amica tossica. Tutto scorre molto à la Friends, fino a quando il Mistero irrompe. Una scossa di terremoto, un boato, e niente sarà più come prima. I Nostri si troveranno a cercare disperatamente di scappare da una Manhattan insidiata da un Mostro che quello di Lost gli fa un baffo.
La trovata geniale del film è il fatto che tutto è ripreso con una sola, e dico una sola, telecamera a mano. La tiene l'amico scemo, che documenta il lento scivolare nella follia della città. Perchè è geniale? Perchè non c'è filtro. Non puoi osservare la scena dall'esterno, non puoi prendere le distanze da quel che accade sullo schermo. Ci sei dentro. Urli coi protagonisti, scappi e precipiti con loro, e quando loro vengono attaccati, tu vieni attaccato con loro. E questo aumenta a dismisura il godimento del film. Ora, io forse sarò una scemotta non abituata ai film d'azione, ma sono sobbalzata quattro o cinque volte, e in un'occasione almeno ho veramente sofferto.
Ma, mi direte, l'idea non è nuova. Questo tipo di regia era già stata usata da The Blair Witch Project. Già, ma lì non c'era storia. E non c'era suspance, soprattutto. Qui invece i personaggi fanno simpatia, le loro azioni hanno un filo conduttore, e la suspance c'è, eccome.
In verità non accade nulla che uno non si attenda. Eppure, quando le cose accadono, sobbalzi, resti spiazzato. Sai che accadrà, sai che non puoi farci nulla, e non sai da dove verrà, né quando.
E poi c'è il Mistero, l'Ignoto. Il mostro viene centellinato. Lo si vede a pezzi, mentre si muove distruttivo tra i grattacieli, lo percepisci con la coda dell'occhio mentre la telecamera balla nella fuga. Solo alla fine lo vedi nella sua spaventosa interezza, nella sua grottesca mostruosità. E non si saprà mai nulla di lui. Proviene dal nulla, non si sa quale sia il suo scopo, se ne ha uno. Un castigo immotivato e terribile. E il terrore viene proprio da questa consapevolezza.
Poi, certo, devi sopportare 86 riprese di traballanti, che ovviamente fan venire un po' di mal di mare, e di certo un film del genere non può sopportare più di un'ora e mezza di durata. Ma dentro ci sono delle chicche vere e proprie, e il divertimento è assicurato. E poi è un film che resta. Io ci sto pensando da ieri sera. Alla paura, alle scene di panico, all'immagine del mostro che devasta i palazzi. Il film ti pianta un seme d'inquietudine, che ti resta dentro a lungo, un retrogusto amaro che è la cifra dei bei film.
Andatevelo a vedere. Siate consapevoli di quel cui andate incontro, e gustatevelo.
Se si è buttato Woody Allen in uno stile diverso non vedo perché non possa farlo Moretti.
Il risultato, ahinanni, non è stato lo stesso. Vidi "Match Point" il primo thriller del regista newyorkese e mi piacque moltissimo, al contrario questo film di Moretti mi ha deluso un pochino.
Le scene (a parte alcune), la recitazione, tutto molto bello e realizzato in maniera impeccabile, talmente bello da sembrare vero, però, nonostante la storia sia molto triste, ed intensa, è mancato un "qualche cosa" che mi ha impedito di promuovere il film con una sufficienza piena.
È stato come leggere una poesia metricamente perfetta ma priva di sentimento. Così nel film s'è potuto apprezzare la grande capacità di Moretti alla regia, la bravura degli attori nella recitazione, l'eccellenza degli sceneggiatori Ferri, Moretti, Schleef, ma non si sono ricavate grosse emozioni, nonostante il tema trattato.
Straordinaria, ma non è una novità, la colonna sonora scelta da N.M., soprattutto per quanto riguarda il pezzo che chiude un po' il film "By this river" di Brian Eno.
Titolo originale: La stanza del figlio
Nazione: Italia
Anno: 2000
Genere: Drammatico
Durata: 99'
Regia: Nanni Moretti
Cast: Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Giuseppe Sanfelice, Silvio Orlando, Stefano Accorsi
Distribuzione: Sacher Distribuzione
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