Sicuramente vi starete chiedendo a cosa serva questo blog. La risposta è semplice:
a nulla!
E' solo un blog, no?
Comunque, c'è venuta l'idea di utilizzare questo spazio per parlare bene o male di quello che per diletto o per sfortuna vi è capitato di vedere, di leggere e perchè no, anche di vivere.
Si dia quindi libero sfogo ad una delle attività che riesce meglio a chiunque:
la critica.
Vi basta soltanto mandare un messaggio privato a grRRiiz o a ninna_r con oggetto AMEMINONSIDICE.
Se vi vedete bene anche nel ruolo di piccoli recensori è meglio.
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a me mi è stato detto
*loading* volte

Judas Coyne è un cantante rock di fama mondiale dal carattere irrequieto, sempre alla ricerca dell'ennesima folle emozione. Appassionato di donne usa e getta e occultismo, possiede una collezione di oggetti degno del migliore estimatore macabro: la vera confessione di una strega risalente al 1700, il cranio di un uomo che usa come portapenne, un ricettario per cannibali e un cappio da impiccagione ancora in buono stato.
Di conseguenza, l'asta su Ebay di un nuovo trofeo da esibire cattura subito la sua attenzione: l'anima di un morto viene venduta per 1000 dollari, e nell'annuncio è specificato che non si tratta di uno scherzo. E' tutto vero, e il possessore del morto dovrà prendersi cura della misteriosa entità.
Una volta acquistato il bizzarro prodotto, il nostro rockettaro alla Ozzy Osbourne se ne dimentica. In fondo anche avendo sborsato tale cifra, per uno che ha venduto milioni di dischi il denaro non è certo un problema. Poi però il postino gli consegna una misteriosa scatola nera a forma di cuore che contiene un vestito. E cambia tutto. Inizia un viaggio nelle recondite profondità dello spiritismo, una sequela di eventi che portano alla pazzia, alla disperazione, al cuore oscuro delle cose.
Ma aldilà dell'originalità della trama, è stato il nome dell'autore a incuriosirmi.
Joe Hill, pseudonimo di Joe Hillstrom King. Si, avete capito bene. E' il figlio del Re al suo debutto letterario. E non delude. Il libro scorre fluidissimo, la prosa è semplice ma mai banale, le trovate ben sviluppate.
E' chiaro che ogni qualsivoglia paragone con King Senior è improponibile, ma la stoffa del fuoriclasse c'è, con le dovute differenze da tenere in considerazione: Hill è al suo primo romanzo e riesce già a ingranare. Anzi, laddove King Senior si perde in interminabili divagazioni, King Junior mira dritto al sodo. Di contro, Hill non vanta la medesima prosa del padre, così piena di quella distorta musicalità che tanto me l'hanno fatto amare, nè sa gestire i dialoghi altrettanto bene. Eppure la storia avvince, i personaggi funzionano e le pagine si susseguono comunque in fretta, dense di azione, colpi di scena e atmosfere affilate come la lama di un coltello. O di un rasoio, se avrete modo di leggere. Perchè il fine ultimo del fantasma Craddock è eliminare il suo padrone, inducendo prima l'assistente di lui al suicidio, perseguitandolo in ogni modo dopo. Una corsa senza fine, questo è La scatola a forma di cuore, una fuga che ripercorre il passato tormentato del protagonista e ne mette a nudo ogni debolezza, vizio, vicenda. Sono gli spauracchi nascosti nei ricordi che dovrà affrontare, prima ancora del male.
Guarderete con apprensione gli angoli bui delle stanze, le superfici riflettenti, incessanti voci dall'oltretomba, perchè il fantasma è morto e "vegeto", e si trova ovunque. Fino a quando scoprirete chi è il reale committente dell'asta online. Un esordio davvero ottimo per un autore che, cognome illustre a parte, cammina con le sue gambe senza inciampare.
Mi è proprio piaciuto.

L'amuleto di Samarcanda, primo volume della Trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud, si è rivelato una lettura piacevole e tutt'altro che scontata.
Avevo sentito molto parlare di questi libri, letto commenti positivi, ma anche a causa di tale entusiasmo, dopo la cocente delusione di Twilight andarci con i piedi di piombo mi era sembrata la scelta migliore.
Adesso, al termine delle 400 pagine di risate e colpi di scena, sono lieto di comunicarvi che non ho sprecato tempo nè denaro.
L'amuleto di Samarcanda è un'opera gustosa e di rara originalità per tanti motivi, alcuni dei quali intendo evidenziarli sommamente, i rimanenti dovreste scoprirli di persona.
La storia inizia in modo semplice: siamo a Londra, e un mago di nome Nathaniel ha appena convocato dall'Oltremondo un Jinn millenario. Bartimeus, questo è il nome della potentissima entità di quattordicesimo livello, è costretto suo malgrado a obbedire al padrone, prima di essere congedato. E' nella sua natura di servitore, e nonostante sbraiti e tenti di opporsi in ogni modo, deve collaborare. E' la vendetta, infatti, che muove il 12enne Nathaniel. La frustrazione e l'orgoglio lo spingeranno a far rubare l'amuleto di Samarcanda, potentissimo artefatto magico custodito nella villa di Simon Lovelace, antagonista a tutto tondo della vicenda. Ma l'incipit è solo l'inizio di un disegno molto più grande e oscuro, che vedrà i due perdere tutto in una corsa contro il tempo, fino al finale che getta un ponte verso i capitoli successivi.
La scrittura, semplice e scorrevole, incolla alla pagina. Non c'è verso di staccarsene, tanta e tale è l'ironia dell'autore, lo humor delle situazioni, le descrizioni sempre efficaci e mai prolisse. Il punto di vista è mutevole, si passa dal ragazzino al Jinn capitolo dopo capitolo, ed è per quest'ultimo che proverete uno sconsiderato affetto. Nonostante la caustica parlantina, Bartimeus è tra i più riusciti personaggi di sempre. Ora fiero, ora arrabbiato, le note a piè di pagine con cui condisce la narrazione sono irresistibili. Pungenti i contenuti e memorabile il modo in cui si intersecano, non vi importerà se talvolta il Jinn se la prenderà con voi lettori, incapaci di comprendere i molteplici livelli di lettura, o se si limiterà a illustrare la sua millenaria esperienza, tra guerre in Egitto e altre situazioni. Narrato in prima persona, è il perfetto incontro tra brio creativo e sarcasmo mai gratuito, nonchè la parte che più ho preferito. Vi strapperà sane risate come non ve ne facevate da tempo.
Ma il primo tomo di Stroud è anche molto altro, un viaggio in cui le posizioni si invertono, fatto di pregevoli invenzioni e ritmi velocissimi. Tra uno Specchio Veggente, sfere elementali e lenti a contatto capaci di vedere oltre i livelli cognitivi in cui le entità si muovono, le iniziali similitudini con la saga di Harry Potter terminano ancor prima d'iniziare.
Entrambi infatti condividono la stessa ambientazione e un mondo magico coesistente a quello normale, ma il senso di deja vù non va mai oltre queste premesse. La società dei maghi di quest'ultimo è diversa, molto più legata alla corruzione, alla guerra di potere. E' una Londra dark, quella di Stroud, fatta di maestri e allievi, assassini e Resistenze, mentre la magia trova la sua espressione nell'evocazione delle creature, nei pentacoli e nei legami. Senza contare i folletti tutto-fare e le gerarchie che li delineano. Insomma, c'è tanta carne al fuoco, e immagino sia solo una parte delle sorprese ad esser stata rivelata in questo primo episodio della storia. Stroud in questo non è secondo a nessuno, anzi. Non solo rivaleggia con la Rowling, ma la supera pure in materia di mero humor.
Verrete ricompensati con una freschezza ineguagliabile e, cosa ancora più importante, il sorriso non abbandonerà mai le vostre labbra. Garantito.
Quindi se avete amato il maghetto più famoso del mondo e siete patiti del genere fantastico, cogliete l'occasione e leggete l'esordio di uno scrittore che, ne sono sicuro, farà molto parlare di sè. Ingiustamente sottovalutato, meriterebbe molta più visibilità. In un panorama dove l'odore di stantio è sempre più forte, la penna di Stroud è una voce che urla più forte degli altri, e soprattutto lascia il segno. Io stesso ne sono rimasto rapito, e leggerlo è stato come assistere a un limpido show di fuochi artificiali. Voi cosa aspettate?
Non ho altro da aggiungere.
Durante una battuta di caccia in costumi d'epoca colui il quale impersona Enrico IV cade da cavallo e al suo risveglio crede di essere il personaggio che andava impersonando.
Amici e parenti attorno a lui assecondano questo suo stato.
Dopo 12 anni l'uomo guarisce ma decide di continuare a fingersi pazzo.
Questa, a grandi linee, è la trama dello spettacolo teatrale visto ieri al Duse.
I giochi di maschere di Pirandello sono famosi, in questo spettacolo si va addirittura oltre, c'è il teatro, dentro il teatro… dentro il teatro!
Gli attori, infatti, rappresentano degli attori che preparano l'Enrico IV, fingendosi personaggi che si fingono persone. C'è da perdersi.
Devo ammettere che la prima parte dello spettacolo, benché con qualche piacevole nota umoristica che ho abbastanza apprezzato, non è stata particolarmente interessante. Tutto si sviluppa, prende consistenza e appassiona nel momento in cui entra in scena Maurizio Donadoni, ovvero Enrico IV.
"Io so che a me, bambino, appariva vera la luna nel pozzo. E quante cose mi parevano vere! E credevo a tutte quelle che mi dicevano gli altri, ed ero beato! Perché guai, guai se non vi tenete più forte a ciò che vi par vero oggi, a ciò che vi parrà vero domani, anche se sia l'opposto di ciò che vi pareva vero ieri!"
Note storiche:
Composto nel 1921
Prima assoluta il 24 Febbraio del 1922 al Teatro Manzoni
Enrico IV
Di Luigi Pirandello
Regia e Adattamento di Andrea Battistini
Scene di Carmelo Giammello
Luci di Carlo Pediani
Personaggi ed interpreti
Enrico IV - Maurizio Donadoni
La Marchesa Matilde Spina - Chiara di Stefano
Il Barone Tito Belcredi - Totò Onnis
Il Dottore Dionisio Genoni - Alessandro Baggiani
Il Giovane Marchesino Carki di Nolli - Lorenzo Rulfo
La Marchesina Frida figlia di Matilde - Laura Rovetti
Al Teatro Duse di Genova da Mercoledì 5 Marzo a Domenica 9 Marzo 2008 - Biglietti su Happyticket
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