Sicuramente vi starete chiedendo a cosa serva questo blog. La risposta è semplice:
a nulla!
E' solo un blog, no?
Comunque, c'è venuta l'idea di utilizzare questo spazio per parlare bene o male di quello che per diletto o per sfortuna vi è capitato di vedere, di leggere e perchè no, anche di vivere.
Si dia quindi libero sfogo ad una delle attività che riesce meglio a chiunque:
la critica.
Vi basta soltanto mandare un messaggio privato a grRRiiz o a ninna_r con oggetto AMEMINONSIDICE.
Se vi vedete bene anche nel ruolo di piccoli recensori è meglio.
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a me mi è stato detto
*loading* volte
Alice e Mattia sono due persone le cui vite corrono parallele. Pur non conoscendosi vivono nella stessa città, una Torino un po’ impersonale e tuttavia riconoscibilissima, e sono accomunati da gravi traumi che li segneranno per il resto dei loro giorni. Lei odia sciare, ma durante una nebbiosa mattina il padre la costringe a seguire il suo istruttore su per la montagna. Il latte della colazione le pesa sullo stomaco, così se la fa sotto, e per le vergogna decide di tornare a valle senza l’aiuto di nessuno. Sceglie una pista chiusa e ha un incidente. La caduta la renderà storpia per sempre. Alice non accetta il suo corpo, di conseguenza rifiuta il cibo e qualsiasi contatto con i coetanei. Si sente brutta, inadeguata e ce l’ha col mondo intero. Mattia, ragazzo dotato ma stanco di dover sempre badare alla sorella gemella ritardata, una sera in cui qualcuno si decide ad invitarli entrambi ad una festa, per paura di essere deriso dai compagni ha l’infelice idea di abbandonarla al parco, con la promessa che tornerà presto da lei. La sorella non verrà più ritrovata e lui, per espiare questa colpa, prende l’abitudine di tagliarsi con qualsiasi cosa gli capiti sottomano. Una zoppa e un autolesionista, due ragazzi diversi, due individui incapaci di vivere perché scottati dal loro infausto destino. Due numeri primi gemelli, ovvero numeri primi separati da un solo numero pari, vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero. Questa è, in sintesi, l’efficace metafora di una vicenda straziante, due episodi con le loro conseguenze irreversibili, scritta dall’esordiente Paolo Giordano, caso editoriale e recente premio Strega. Un libro ora spietato, ora delicato, pervaso da una solitudine che, pagina dopo pagina, non pare avere fine. Un libro che alterna momenti di tensione a scene di una tenerezza quasi rarefatta, sorretto da un buon ritmo e la curiosità crescente di sapere se almeno uno dei due ce la farà a vivere davvero. Il lettore si getta a capofitto nella storia, vive i drammi dei protagonisti con la certezza che non esiste altra conclusione se non quella che giunge dopo trecento pagine veloci e incredibilmente sofferte, un percorso interiore che parte dall’infanzia e termina in piena età adulta. La speranza che le cose vadano diversamente resta una semplice illusione, viene disattesa da episodi sempre più amari, ed è molta la delusione per il finale, per le cose non dette e le mezze verità. Quando uno ci spera e proprio non è destino… Lo stile di Giordano è maturo, perché pur leggero e tutt’altro che ampolloso riesce a rendere benissimo le implicazioni emotive dei personaggi, i conflitti interiori, la cocente amarezza di un passato che non è mai stato archiviato. Le parole scorrono bene e certe scene vi baleneranno in mente in modo cristallino. Non è semplice dire molte cose senza eccedere, e La solitudine dei numeri primi è un romanzo dove si parla poco, perché molto, forse troppo, è lasciato a dialoghi rari e a un lunghissimo filo di silenzi e sottintesi. I due protagonisti sembrano appartenere allo stesso mondo, hanno entrambi avuto vita difficile, ma vi sono barriere che neanche l’amore è in grado di infrangere. Lui, un genio matematico che ha vinto una borsa di studio all’estero, lei una fotografa mancata, e a fare da sfondo resta un’amicizia lacunosa, piena di buchi e quesiti irrisolti. Ciò che li rende simili finisce per acuirsi e trasformarsi in qualcosa che invece li allontana. Un romanzo che fa il suo dovere, ma che non è tuttavia esente da difetti, poichè si porta dietro determinate magagne congenite, come alcune frasi che suonano male e non sono state “piallate” a dovere, oltre a una certa superficialità di fondo nel trattare tematiche così delicate che talvolta stona con l’alto livello di tutto il resto. Alice è un’anoressica praticamente da sempre. Esclusi i primi capitoli, la conosciamo adolescente, già alle prese con questo disturbo alimentare. Non mangia da anni, eppure da adulta continua a non manifestare problemi gravi, e questa è una cosa che ho trovato un po’ inverosimile. Mi è parsa buttata lì senza approfondire, senza calarsi davvero nella parte di chi è costretto a fare i conti con una malattia tanto seria, e che di anoressia al lungo andare, senza cure, si muore. Arrivato a conclusione è rimasta, stagnante, la sensazione che l’autore abbia voluto osare, ma che si sia tirato indietro all’ultimo. Giordano lancia il sasso ma poi nasconde il braccio, non resta a guardare le onde concentriche sul pelo dell’acqua. Un libro valido, ma anche un tantino sopravvalutato.

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