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sabato, 24 maggio 2008
La rocca dei silenzi




La rocca dei silenzi è uno di quei romanzi che quando lo finisci ti lasciano un pò così... a metà tra il dispiaciuto per l'averlo terminato e con un vivo senso di frustrazione per alcune cose che potevano essere evitate. Molto è dipeso anche dal fatto che non sia stato semplice reperirlo. Coincidenza vuole che lo abbia trovato alla Mondadori di Milano, quasi nascosto tra George Martin e la Ursula K. Le Guin che l'autore ama tanto. Contento e pieno di aspettative, l'ho quindi comprato e letto, evitando di lasciarmi coinvolgere da opinioni contrastanti.
Mi è piaciuto solo in parte, lo dico senza troppi giri di parole. La prosa di Andrea D'Angelo è matura, ricercata, le parole sono scelte con cognizione di causa e fanno il loro dovere in modo egregio. Non si può dire che non sappia scrivere nè che non riesca a ricreare atmosfere che lascino il segno. Da questo punto di vista, e alla voce di una mia modesta hit parade personale, D'Angelo è secondo solo a Michele Giannone, e comunque una spanna sopra a tutti gli altri scrittori di genere nell'ambito fantasy italiano di quello più adulto.
La vicenda narra di una misteriosa rocca, Ammothàd, che nasconde terribili segreti. Pare che nessuno riesca a varcarne la soglia a causa di mostri all'apparenza imbattibili, che hanno già sterminato interi gruppi di avventurieri. Questo attira l'attenzione della torre di Dothrom, dove il consiglio dei fruitori di magia delle Terre si riunisce.
Si decide di mandare, ancora una volta, una spedizione di gente preparata al peggio per mettere fine all'influenza nefasta della rocca, che pare estendersi anche oltre il territorio su cui è eretta. Il problema è che di fronte ad Ammothàd nessuno è preparato al peggio, poichè le incognite sono molteplici, il rischio di non farcela altissimo. Tuttavia la spedizione, fatta di gente di diverse razze e che ha un proprio motivo per sfidare la rocca dei silenzi, decide di tentare ugualmente. La trama ha i suoi punti di forza, perchè l'autore sa spingere il lettore verso gli orrori del luogo e lo fa con atmosfere che si nutrono di tetraggine e sangue.
Il senso di oppressione è costante, il pericolo dell'ignoto palpabile e nascosto dietro ogni angolo. I personaggi sono coerenti, resi vivi da dialoghi e atteggiamenti che mi sono piaciuti molto. Non è semplice parlare di uomini come Moenias e Mordha, così diversi eppure affascinanti. Il mio preferito resta il Nano Vòrak, impulsivo e micidiale allo stesso tempo.
Dove a mio avviso l'autore è caduto, e questo è un motivo per cui il suo ultimo romanzo non mi ha colpito del tutto, è nel ritmo narrativo che parte bene, ma arriva via via ad assottigliarsi fino a sconfinare nella noia. Le spedizioni contro la rocca sono più di una, e questo comporta continui spostamenti da Ammothàd alla torre di Dòthrom e viceversa. Se aggiungiamo il fatto che, per ovvie esigenze di trama, l'ambientazione è sempre la stessa e spazia altrove solo tramite i dialoghi dei personaggi, si capisce che dopo un pò il tutto diventa terribilmente ripetitivo. Una volta abituato alle atmosfere mefitiche di Ammothàd, ai suoi mostri e continui tranelli, l'autore non ce la fa più a stupire. Esaurito il fattore novità, quando ci si sente saturi di frattaglie e organi sparsi ovunque, arrivano gli sbadigli. Avrei tagliato qualcosa nella parte centrale del romanzo. Il fatto è che ho come avuto l'impressione che la storia potesse essere narrata senza troppi problemi con un numero di pagine inferiore. Anche gli intrighi di corte tra i vari fruitori di magia, laddove si voleva rendere una società corrotta e senza valori, li ho trovati limitati e prevedibili, senza riuscire a creare il classico colpo di scena.
Detto ciò, il resto è semplice e personale puntiglio, che non inficia in alcun modo la lettura. Avrei gradito la presenza di una mappa per capire la visione d'insieme del mondo che l'autore ha creato, perchè si capisce che la vicenda di fondo è sorretta da un'ambientazione ben sviluppata, cosa che io amo in un fantasy e, come già ripetuto, considero fondamentale tanto quanto la presenza di personaggi ben riusciti. I nomi degli stessi sono particolari. L'autore ama giocare con gli accenti e la musicalità dei suoni, e questo all'inizio, almeno a me, ha creato un pò di confusione. Ma sono dettagli, frutto di pignoleria.
Il mio giudizio, alla fine della fiera, è di un romanzo discreto pur con le sue imperfezioni, la cui forza è rappresentata da uno stile maturo, da una tematica di fondo molto interessante e sorretta da un finale tutt'altro che scontato, ma che suona un pò come un'occasione sprecata. Con qualche accorgimento l'opera in questione avrebbe potuto rivelarsi molto, molto meglio, e di questo me ne dispiaccio, perchè D'Angelo racchiude in sé un enorme potenziale e ancora notevoli margini di miglioramento. Mi auguro che, nei suoi futuri lavori, riesca a esprimersi al massimo capendo su cosa bisognerebbe porre enfasi e su cosa no.

* a me mi è stato detto da StefanoRomagna alle 12:08 *
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