Sicuramente vi starete chiedendo a cosa serva questo blog. La risposta è semplice:
a nulla!
E' solo un blog, no?
Comunque, c'è venuta l'idea di utilizzare questo spazio per parlare bene o male di quello che per diletto o per sfortuna vi è capitato di vedere, di leggere e perchè no, anche di vivere.
Si dia quindi libero sfogo ad una delle attività che riesce meglio a chiunque:
la critica.
Vi basta soltanto mandare un messaggio privato a grRRiiz o a ninna_r con oggetto AMEMINONSIDICE.
Se vi vedete bene anche nel ruolo di piccoli recensori è meglio.
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L'altra sera sono andato a sentire all'Auditorium Rai di Torino il Requiem di Mozart. Scrivo una piccola recensione sul pezzo, famoso e rivoluzionario, che ha cambiato il modo di concepire la musica sacra. Siamo nell'agosto del 1791, a Vienna. Un giovane compositore di nome Wolfgang Amadeus Mozart, noto per il particolare virtuosismo delle sue composizioni, riceve un inatteso incarico che segnerà una delle più note leggende della sua vita. Un uomo incappucciato si presenta alla porta di casa Mozart, con una lettera in mano che commissiona al giovane artista la composizione di una messa funebre, insieme all'ordine di non indagare mai sull'identità del committente. In quel periodo Mozart aveva problemi di salute. Da tempo ormai la sua mente era affollata da presagi di morte. Si sentiva stanco, debole e vulnerabile. E così "la fantasia sovreccitata del giovane" commenta Paumgartner "vide nell'uomo incappucciato un "messaggiero dell'aldilà , venuto per commissionargli la propria messa da Requiem". Mozart comincia così a scrivere la sua ultima, grande pagina di musica, un "delirio" destinato a scuotere la base stessa della musica, che perseguita il compositore in un crescendo di orrore fino alla sua morte. Dopo aver concluso alcuni incarichi in sospeso, a metà settembre comincia a dedicarsi interamente alla stesura del Requiem. Ossessionato dall'idea della morte, o meglio, ossessionato dall'idea di una morte predestinata Mozart, in compagnia del suo allievo Sussmayer, compone l'incipit della messa, l' "Introitus". L'inizio è semplice. L'orchestra balbetta un accompagnamento ondeggiante mentre i fiati definiscono una melodia non troppo articolata, quasi a descrivere il lento e pacato bacio della morte che strappa l'anima all'uomo. Ad un tratto, la musica incalza e si apre al coro. Prima le voci maschili, poi quelle femminili arpeggiano e danzano su quell'unica, immensa frase che terrorizza ed opprime il compositore: "Requiem aeternam dona eis, Domine" "Eterno riposo dona a loro, Signore". Il tema è semplice ma ricchissimo. Le parti del coro lottano per stapparsi di bocca la melodia, quasi avessero fretta di esaurirla. Ma Mozart non vuole morire, e la sua lotta emerge chiara nelle successive battute: "Et lux perpetua luceat eis" "Risplenda su di loro la Luce Perpetua". Qui la speranza, la convinzione di un' Eterna pace, di un aspettato ed infinito riposo. La conclusione è spettacolare! Un urlo, uno strillo di rabbia esplode nell'aria. Un urlo ossessivo e folle che si esaurisce lentamente in un sussurrato e melanconico "luceat eis". Si apre così il "Kyrie", uno dei pezzi più famosi della storia della musica di tutti i tempi. Il coro domina per tutta la durata del brano, quasi le voci si contendessero l'onore e il dovere di elevare ai cieli la loro preghiera: "Signore, Pietà! Cristo, Pietà! Signore, Pietà!". Tre minuti di autentica devozione, di totale abbandono a Dio. A questo punto però, comincia le vera corsa contro la morte. Il "Dies irae" è rapido e apocalittico. Si leggono tracce di inquietudine e di paura, sferzate di violenza e di ira, frammenti intensi di agonia. Il coro corre per stare al passo con l'orchestra. L'orchestra corre per stare al passo con il coro. Non c'è nemmeno un vero e proprio finale. I violini aggrediscono letteralemente l'ultima nota ( DO minore ) soli, senza timpani o ottoni a definire la conclusione. Possiamo immaginare che questo è il brano che Mozart patisce più di tutti. La sua gara con la morte, infatti, è impari. Non riesce ad essere rapido quanto vorrebbe. Sei episodi della Sequenza erano completati nelle parti vocali ma le parti strumentali erano solamente abbozzate. Riesce a disegnare una folgorante visione di Dio nell'immenso "Rex tremendae", ma non lo conclude. Il "Lacrimosa" si interrompe all'ottava battuta; i brani "Domine Jesu Christe" e "Hostias" prospettano una vaga traccia generale della melodia; "Sanctus", "Benedictus" e "Agnus Dei" non verranno mai composti. In verità, Mozart non riuscì a mai vincere la sua corsa contro la morte ma riuscì a creare la più grande testimonianza di musica sacra della storia dell'uomo. La terrificante trasfigurazione della Morte, l'accecante potenza di Dio si fondono in un canto misterioso, arcano, che si eleva fino al cielo con soave naturalezza. In fondo la morte è la vera e unica amica dell'uomo, dirà lui stesso. Nonostante la musica ricordi per concezione e impostazione le messe funebri della tradizione (si confronti il "Kyrie" della Messa a 5 voci di Giovanni Battista Pergolesi, per fare un esempio), la creatività assoluta traccia le basi di una dimensione musicale tutta nuova, che rispecchia fino in fondo il sentimento del compositore e riflette un rapporto diretto, uno scontro audace tra Dio e l'uomo. Questa è la vera natura del Requiem. Farsi portavoce del richiamo insito in ogni creatura di fronte alla morte, di fronte all'ombra. Un canto di preghiera e di speranza che accomuna tutte le genti, le razze, le nazionalità, le lingue e i popoli verso una realtà da cui nessuno può sfuggire. Un realtà che raggiunge tutte le cose. Una realtà che ci accomuna tutti come "uomini".
Stranamente un così prezioso regalo non fece molto effetto anzi Amadeus fu mandato affanculo senza tante cerimonie.
Si rassegnò dunque a tornare dall'arcivescovo Colloredo e riprese il posto di organista di corte.
Nonostante tutto dovette, in fondo in fondo, voler bene all'aristocrazia, in molte lettere ne parlò con nomignoli affettuosi.
"...vi intervenne una folla di nobili, la duchessa di Culagna, la contessa Pisciabene e poi la principessa Fiutamerda con le sue due figlie, che però son già maritate con i principi di Codadiporco...."
In quel periodo ebbe anche qualche problema, a prima lettura direi un acquisto andato male su Ebay,:
"Corpo di Bacco, mille sacramenti, miseriaccia, diavoli, streghe, maliarde............truffatori, canaglie, coglioni e bischeri a catafascio........Son queste le maniere?! Il pacchetto c'è ma il ritratto dov'è?..."
Tuttavia il nostro eroe non si perse d'animo, essendo organista di corte si dedicò con zelo e rigore al suo lavoro:
"Domenica scorsa sonai per passatempo l'organo nella cappella. Giunsi durante il Kyrie e ne sonai la fine; quando il sacerdote intonò il Gloria feci una cadenza. Ma essendo essa tanto differente da quelle qui abusate, tutti si voltarono a guardare......"
Insomma un lavoro duro ma qualcuno lo doveva pur fare.
Nonostante tutto riuscì anche a comporre quello che considero uno dei suoi capolavori: La messa in do maggiore K317.
Di una bellezza stupefacente l'Agnus Dei, assolutamente da ascoltare almeno una volta nella vita, il suo tema trainante è affidato alla voce del soprano solista e sarà lo stesso dell'aria "Dove sono i bei momenti" (cantata dalla contessa nelle Nozze di Figaro). Anche l'assolo del Kyrie anticipa il "Come scoglio" del Fiordiligi. Il Credo trova invece un momento di grande potenza nel "Crucifixus".
Ricca anche l'orchestrazione vista la presenza di oboi e corni che normalmente non rientravano nel complesso regolare dell'orchestra del duomo di Salisburgo.
Da notare la ripetizione dell'andante del Kyrie nel "Dona nobis pacem" finale, rendendo così ciclica la messa, direi quasi circolare.
Del resto la circolarità è l'elemento simbolico dominante in questa messa, ad es. anche lo squillo di tromba del "judicare" fa cerchio con quello dell' "expecto resurretionem".
Tutto pare ricordarci che la circolarità è simbolo di potere e trova la sua rappresentazione nella geometria della corona.
Concludo consigliandovi l'ascolto tramite ipod (dotato di cuffie in-ear di buona qualità) mentre sorseggiate un buon caffè arabico, corretto leggermente con grappa di moscato.
Leggi un libro di poesie e ti lasci suggestionare. Lo posi sul comodino, proprio come faresti Leggi: Spicca senza dubbio il coraggio di un fiore solitario Che spinge i suoi petali nel cemento Anche se solo per essere calpestato nella polvere Di cosa vale la pena parlare Se la ricerca è morte? Il significato diventa Privo di significato? Raccogliendo la voce Per eseguire la volontà dell’anima Per esplorare le distese remote della mia meraviglia Io scelgo di parlare È così semplice Che è facile non accorgersi Che la vita è poesia Poesia e nient’altro? E’ Billi Corgan che scrive. Billy Corgan ha sempre dato sfogo alla sua vena poetica all'interno delle canzoni che scriveva,abbinandogli qualcosa di più che semplici "testi", lasciando viaggiare la sua mente senza inibizioni, mostrandoci i suoi dubbi, le sue frustrazioni e il dolore di una generazione. Il 1° Ottobre 2004 la casa editrice Faber&Faber pubblica Blinking With Fists, una raccolta di poesie che segna l'esordio letterario di Corgan. Dal 30 settembre 2005 il libro è stato edito anche con traduzione italiana a cura di Clara Nubile per conto di Arcana Libri col nome Pugni e battiti di ciglia. Rileggo la poesia e ripenso a un libricino ricevuto a casa qualche mese fa :Alone Like Dog di Domenico Casentino. J.T. Leroy di Corgan parla così: “ Quando si alza il primo vento di guerra, Corgan è sull'attenti, come uno che ha il linguaggio della battaglia nel sangue. I suoi palmi sono ben serrati, ma la sua anima assorbe tutto ciò che i pugni non riescono a deviare. Mai semplice spettatore, Corgan trasforma il suo mondo in una palpabile bellezza lirica piena di quel malessere di chi non sa voltare lo sguardo altrove, permettendo a noi di spingerci più vicino possibile, prima che gli occhi si chiudano ” Mi permetto di riutilizzare queste parole riferendomi al giovane poeta Domenico Cosentino, certa che Corgan non ne avrà male.
con una persona stanca,in modo gentile. Di notti sogni mari profondi e cavallucci marini, senti il sale sulle labbra e ti svegli. Cerchi l’acqua naturale sul comodino, ma al suo posto trovi un foglio piegato come un origami.
E se dico Luca Dirisio voi cosa rispondete? Io per dare una risposta definitiva ho preso il suo cd. Il tema di fondo è chiaro e reiterato: "siamo soli, noi buoni, a combattere contro i cattivi e - per quante ce ne facciano - continueremo a lottare perchè siamo fatti così e non possiamo fare altrimenti", ma le musiche sempre abbastanza varie aiutano a non trovare due punti in comune all'interno del disco. Bello. ps. un piccolo richiamo: molto curioso (ai limiti del sospetto) l'intro di Le Fate, che sembra proprio omaggiare all'ennesima potenza Bob Dylan... e chi ha orecchie per intendere, intenda... :-p
Lo si mette su e ci si ritrova di fronte ad una musichetta che pare copincollata da Monkey Island 2: è l'intro di Tu Che Fai, una sorta di raggae sottil sottile che prepara allo slam seguente. In rapida successione, infatti, il buon Luca ci regala Il Mio Amico Vende Il Tè, Le Fate, Calma E Sangue Freddo e Usami, una davvero più bella dell'altra. Quest'ultima mette i brividi, se ci si riconosce anche solo un pochettino...
Il disco va avanti e si conclude con pezzi che si mantengono un poco sopra la media di tanti altri di artisti più blasonati (non foss'altro per la sua voce, che - oggettivamente parlando - è davvero bella, cacchiarola).
Quando una canzone di madrelingua piace? Quando c'è una buona fusione delle musiche e del ritmo delle parole con le parole stesse.
E qua si trova una fusion quasi perfetta, a livelli che forse solo i primissimi Latte e i suoi derivati e - siamo sinceri - Le Vibrazioni sono riusciti a raggiungere. Usami è un condensato di così tanti concetti chiari ed esatti da far pensare ad una traduzione. E' invece la creazione originale si un'artista italiano.
La colonna sonora di Quo Vadis baby? è bellissima. Davero bellissima, ve la consiglio da morire. Molto fumosa, molto noir e molto struggente. E poi mi fa venire in mente Bologna, che da qualche tempo è schizzata ai vertici della mia personale classifica delle Città Più Belle d'Italia. E poi, vogliamo parlare di Angela Baraldi che canta Impressioni di Settembre, che me la sparerei nelle orecchie a ripetizione da mane a sera? Ma come ho vissuto 24 anni ignorando l'esistenza di questa canzone?
e il giudizio complessivo del concerto, anche se fosse stato un disastro, sarebbe, comunque, probabilmente positivo. Si sa, la passione uccide spesso lo spirito critico.
Ma, nonostante le due splendide ore passate (qui potete trovare una recensione più intima), qualche pecca c'è stata. A partire dalle sedie, davvero scomode e spaccareni. Cazzo, 35 € di biglietto per stare due ore sui carboni ardenti, continuando a cambiare posizione... e pensare che le "poltroncine" della seconda platea erano addirittura più comode (!!!). Ma a parte questo, l'organizzazione è stata direi ottimale: come facevo notare alla mia dolce metà, è stato il primo concerto dove hanno allontanato dall'ingresso i venditori di merchandising non ufficiale, dove c'era il terminale per il bancomat al banco del merchandising ufficiale e - udite! udite! - addirittura il rivenditore di tabacchi! Ne sanno troppe, 'sti comaschi!
Il parco della villa indubbiamente bello, la facciata dietro al palco suggestiva, l'acustica buona: vicino al palco i bassi risultavano un po' troppo compressi, ma bastava allontanarsi di qualche metro - l'abbiamo fatto nell'ultima mezz'ora - per avere un suono "perfetto".
Infine, la setlist... dell'album nuovo (19 pezzi) ha fatto solo 6 pezzi, quasi a non voler riarrangiare quelli più complessi: da questo punto di vista, il concerto sarebbe forse venuto meglio se avesse suonato insieme a batterista e bassista, come nel di tour di "Scarlet's walk". Boh, i gusti son gusti. Di sicuro, buona parte del pubblico ha apprezzato i pezzi più vecchi... alcuni addirittura risalenti a "Little earthquakes", l'album di esordio (per non contare "Y kant Tori read"). Sembra che l'ultimo album, evidentemente, non sia piaciuto più di tanto: di mio, mi aspettavo "Hoocie woman", che poteva rendere bene nel contesto solista. Però ha fatto "Sweet the sting", pareggiando un po' il conto.
Canzoni migliori della serata, IMO, sono state "The beekeeper", "Tear in your hand" e "Cooling"... anche se, forse, le ultime due sono le mie preferite, quindi - anche in questo caso - lo spirito critico non è dei più vivi
La setlist
Come si raccontava sul blog di ninna, in questo periodo - insieme alla mia dolce metà - sto riguardando tutte le serie di Buffy, la Cacciatrice. Del telefilm in sé, magari, ne parlerò in un altro momento... quello che ho pensato ieri, ma anche in altre occasioni (puntate), è che la musica suonata al Bronze, storico locale di Sunnydale, è veramente spettacolare!
Gruppi musicali di vario genere, dal rock al pop al punk, che mi sarebbe piaciuto ascoltare nelle mie serate milanesi, invece dei tanti gruppetti emergenti che trovano accoglienza in certi locali della città. Buoni strumentisti, molte ottime voci...
A vostro parere, si riescono a recuperare da qualche parte le informazioni su questi gruppi?
Non c'è nulla da aggiungere: l'album di Faber era, è, perfetto. E questo rimaneggiamento ha potuto solo togliere qualcosa, senza donare nulla. Un uso spropositato del sintetizzatore, suoni elettronici nelle ballate ma non nel "Chimico", unico pezzo in cui l'elettronica avrebbe potuto dare quel tocco di originalità in più. Musicisti un po' allo sbando, con il violino che - nei primi pezzi - non ha azzeccato un'entrata. E suoni troppo saturi, ma la colpa possiamo darla ai fonici (tra l'altro, qualche strumento era pure microfonato male, l'audio andava e veniva).
Insomma: giudizio completamente negativo.
TRENTAQUATTRO ANNI DOPO Io che non compravo un cd da mesi, lunedì sono andato dal mio spacciatore di note preferite. Lui mi fa "O te, come mai da queste parti? Credevo fossi diventato sordo!" "Sono venuto per comprare..." "L'ultimo di Morgan, vero?" "Si". Dovete sapere che se c'é un disco che mi ha accompagnato dagli anni settanta in poi, questo é sicuramente "Non al denaro, né all'amore né al cielo". Toglietemi tutto ma non il mio De André preferito. Anno di grazia 1971, mi recavo dal mio spacciatore di vinile dell'epoca e tornavo a casa con quel disco non immaginando in quel momento quanto importante fosse stato quel gesto per gli anni a venire. Ho amato tutto di quel disco. Erano splendide anche le note di copertina di Fernanda Pivano. Un disco magico, dove accanto alla poesia di Masters e di De Andrè rifulgevano come non mai nei dischi del grande di Genova anche la musica e gli arrangiamenti di un giovane Nicola Piovani ancora lungi dalle smancerie delle colonne sonore dei film di Benigni. Logicamente, con questi trascorsi, venendo a sapere dell'operazione di Morgan, avvinto dalla curiosità non potevo esimermi dal catturare il suo disco. Non é che ami molto il signor Asia Argento, a fatica avrò ascoltato due o tre volte una sua canzone sull'assenzio, ma il solo fatto di accostarsi al capolavoro de andreiano lo ha messo al centro della mia attenzione. Metto il cd sul piatto e ascolto. Ebbene, più lo ascolto, più amo l'originale del 1971. Morgan ha il merito di aver risollevato l'attenzione generale su "Non al denaro né all'amore né al cielo". Stop. Lo ha fatto con grande attenzione, senza stravolgerlo. Ne ha ripercorso fedelmente tutti i passaggi musicali. Si é probabilmente reso conto che se ci metteva le mani sopra per cambiare qualcosa avrebbe fatto solo disastri. Anche questo é un punto a suo favore. Resta il fatto che uno che ha amato profondamente l'originale non può essere catturato dalla sua ripetizione pedissequa. Manca la voce di Fabrizio. Morgan, con tutto il rispetto, é altra cosa. Ed il fatto che con gli strumenti tecnologici del 2005 non si riesca a stare al pari delle esecuzioni dei brani originali é un ulteriore dimostrazione della grandezza del progetto di De Andrè che seppe all'epoca creare una splendida simbiosi con l'Antologia di Spoon River di Masters. A chi é un estimatore dell'originale, a chi lo conosce, non consiglio assolutamente l'acquisto della riedizione di Morgan. E' un doppione un po' sbiadito. A coloro che non conoscono l'originale e che ci arrivano solo attraverso l'ascolto del lavoro di Morgan dico di procurarsi anche l'originale. In fondo il grande merito di Morgan può essere solo questo, avvicinare i più giovani ad un capolavoro assoluto.
Ne ho già parlato una volta. Ma adesso che lo risento tutto insieme in queste ore bigie di una giornata piuttosto noiosa ne rivedo la grandezza, e sento bisogno di lasciare un commentino anche qua. Sto parlando di Faber Amico Fragile..., un doppio cd che è la registrazione di un concerto omaggio a Fabrizio De Andrè del 2000. Io sono ossessionata da Fabrizio De Andrè. Me l'ha fatto conoscere mio padre, che metteva i suoi dischi quando da piccola, di sabato, mi portava al lavoro con lui. Ero davvero piccolina, e tante cose di quella musica non le capivo, ma mi colpiva, quasi mi inquietava. Mi parlava di un mondo antico e arcaico, perduto, e la mia fantasia di ragazzina si appuntava sui re che tornavano dalla guerra, o le dame uccise per gelosia, o ancora la morte con le braccia giovani di donna. Quelle cassette sono state il mio primo contatto con la vera musica, e mi sono rimasti impresse indelebilmente.
Credo che De Abndrè sia il mio cantautore italiano preferito. Quando lo dissi ad un mio intervistatore, quello rise e mi disse scherzando che mi piacevano i morti. Ma ditemi voi, tra i vivi chi c'è che può stargli al pari? Per me nessuno. Perché le sue canzoni sono assolutamente perfette. Non mancano di niente. C'è la musica, davvero. Una musica duttile, che sa farsi spietata o grottesca, straziante, antica e moderna, semplice e complessa. Una musica che non è mai semplice o consolatoria, che sa sempre toccarti nel profondo e scavare un solco. Quando penso alla chiusura straziante di Khorakhanè, o alle note del flauto nel Suonatore Jones sento che quella musica parla direttamente all'anima, ha il suo stesso linguaggio e la sua stessa consistenza. E poi le parole. Poesie, direi. Niente di meno che poesia. E anche qui, la banalità è del tutto bandita. Altro che tre parole, amore fa rima con cuore. La vita distillata in parole. Spremute d'esistenza. E l'attenzione alla vita dei derelitti, di chi è stato dimenticato dalla vita, o la poesia di certe immagini.
Luce luce lontana
più bassa delle stelle
sarà la stessa mano
che ti accende e che ti spegne
ho visto Nina volare
tra le corde dell'altalena
un giorno la prenderò
come fa il vento alla schiena
Se penso alle sue canzoni non credo ce ne sia neppure una che non piace. Non m'ha mai deluso, è sempre stato perfetto, impeccabile, m'ha sempre detto qualcosa. M'ha perfino ispirato svariate volte, e nessuno se ne è accorto, dannazione. Tra le ottocento differenti mie fonti non hanno mai trovato De Andrè.
Ecco. Per me DeAndrè è tutto questo. E quando presi questo cd non ero molto convinta. Perchè credevo che la sua musica fosse anche la sua voce. Quella voce bassa e profonda, quella voce che da piccola mi sembrava strana, così diversa dalle voci degli altri cantanti cui ero abituata. Mi sono dovuta ricredere. La musica di Faber va oltre la sua voce, oltre la sua persona, la sua vita, e oggi che non c'è più continua a camminare tra noi, raccontandoci ancora quelle storie lontane e vicine della mia infanzia. E le sue canzoni si arricchiscono nelle voci di altri. Ha un gusto particolare sentire le sue canzoni cantate da tutti questi cantanti. L'arpa sussurrata di Cecilia Chailly, la voce aspra di Teresa De Sio, la commozione di Battiato. Ognuno canta De Andrè e ci mette del suo. Finiscono per starmi simpatici anche quelli che in genere mi stanno sulle scatole, come Zucchero e la sua stupenda Ho Visto Nina Volare. E Finardi e Verranno a Chiuederti del Nostro Amore, la tristezza del rimpianto, una voce su una chitarra nuda e semplice.
Questo cd è un fiore raro, da cogliere al volo. In mezzo a tanta musica banale, a tre accordi messi in croce tanto per, e parole sempre identiche cantate da voci che finiscono per assomigliarsi tutte, un florilegio di vere canzoni cantate da veri cantanti.
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